Editoriale
La sfida dei giovani cervelli
di Ivano Maccani e Denise Boriero
Proiettandoci nella seconda metà di questo secolo, stando alle previsioni demografiche, la popolazione mondiale supererà i 10 miliardi, vale a dire altri 2 miliardi di persone che dovranno sfamarsi, idratarsi, lavorare, vivere e sopravvivere. In tale prospettiva, uno dei principali fattori da monitorare sarà necessariamente rappresentato dalla collocazione delle persone e dalle loro condizioni di vita. In tale ottica, una tendenza che sempre più si va consolidando ci dice che aumenteranno le megalopoli a discapito delle aree rurali che progressivamente si spopolano, con conseguente inversione del rapporto tra popolazione cittadina e rurale. Ciò comporterà notevoli impatti ambientali, condizioni di insicurezza e ulteriori diseguaglianze sociali.
Puntando i riflettori sul nostro Paese, la tendenza demografica non corrisponde. Non possiamo non rilevare, infatti, il grave progressivo processo di declino demografico e il parallelo invecchiamento della popolazione. Secondo le previsioni ISTAT, nel 2050 i residenti caleranno di oltre 4 milioni di unità. In particolare, da circa 59 milioni di persone ad inizio 2023, si arriverà a 54,8 milioni di abitanti nel 2050 e 46 milioni nel 2080.
Altro dato, in prospettiva poco confortante, riguarda il rapporto tra soggetti in età lavorativa e non che, secondo le previsioni, è destinato a calare passando dall’attuale, pari all’incirca a 3 a 2, ad un 1 a 1 nel 2050, con conseguenti ineludibili difficoltà di sostegno del nostro welfare.
Tali oggettive tendenze negative si abbinano all’alto tasso di disoccupazione giovanile, più precisamente ragazzi che non studiano e non lavorano. Da anni, purtroppo, vantiamo tristi primati negativi in termini di abbandoni scolastici e numero di laureati.
Allo stesso tempo, da anni, le imprese hanno difficoltà a trovare manodopera, in particolare le giuste competenze – ad esempio nel settore scientifico-tecnologico – ed i salari restano fermi insieme alla produttività che si caratterizza per dinamiche inferiori rispetto ai nostri competitor europei.
Altra osservazione: ai fenomeni dell’inverno demografico e dell’invecchiamento della popolazione si abbina quello, sempre negativo, della fuoriuscita dei giovani, soprattutto quelli laureati. Quello della fuga dei cervelli è un problema serio, che peraltro va osservato anche in termini di scarso richiamo del nostro bel Paese rispetto ai giovani cervelli di altri stati. Oltre, dunque, ai giovani laureati italiani che vanno all’estero a fare carriera si devono considerare i pochi laureati stranieri che vengono in Italia, nonostante l’indiscusso e riconosciuto potere di attrazione del nostro Paese. Pare che il nostro “petrolio”, la nostra vera forza, il nostro Made in Italy, quel condensato di paesaggi incantevoli, cultura, storia, arte, folclore, cucina che tutto il mondo ci invidia, non sia sufficiente per convincere i nostri giovani a rimanere o gli esterni ad entrare per rimanere. È dunque fondamentale attivarsi per modificare le condizioni di lavoro e di welfare affinché il ricambio generazionale, interno e “acquisito”, sia garantito.


