Organizzazioni e sicurezza

di Ilaria De Vito

Il problema della sicurezza nei luoghi di lavoro è sempre più centrale nella società contemporanea tanto da spingere le organizzazioni a diventare esse stesse strumenti di prevenzione e di intervento, attraverso la costruzione di modelli organizzativi in grado di rispondere all’incertezza, prevenendo eventuali fattori di rischio. Alcuni studiosi hanno, infatti, individuato la soluzione al problema della sicurezza proprio nella conoscenza degli aspetti sociali, culturali ed organizzativi delle imprese e nella progettazione ed organizzazione delle attività umane attorno a criteri come affidabilità e sicurezza all’interno delle aziende (Turner, 1991b; Weick, 1994; Pauchant e Mitroff, 1992; Baldissera, 1992). Il termine sicurezza nel contesto delle organizzazioni può avere due differenti accezioni; la prima attinente all’aspetto individuale, collettivo e relazionale (come ad esempio l’instaurarsi di una relazione di fiducia tra le persone) e la seconda attinente, invece, ad un aspetto tecnico e normativo, ovvero di conformità rispetto a regole definite socialmente. Entrambi gli aspetti contribuiscono a progettare luoghi di lavoro sicuri, pertanto il processo che porta alla costruzione della sicurezza nei luoghi di lavoro può essere analizzato in chiave dinamica, come il frutto di interazioni tra attori sociali diversi, su livelli differenti ma al contempo correlati tra loro e in grado di influenzarsi reciprocamente nel corso del tempo (Hilgartner, 1992). Affrontare il tema della sicurezza nelle organizzazioni significa, quindi, analizzare in primis le istituzioni, come gli attori che impongono le regole da rispettare (aspetto normativo e attuativo della sicurezza sul lavoro all’interno della società), poi le organizzazioni che agiscono sulla base della loro “cultura della sicurezza” ed infine analizzare i gruppi di lavoro che in relazione al contesto lavorativo praticano la cosiddetta “cultura occupazionale della sicurezza”.

Cultura organizzativa e della sicurezza

Negli ultimi anni diversi studi in ambito organizzativo si sono maggiormente concentrati sull’analisi e sulla costruzione sociale ed organizzativa della sicurezza, con successiva creazione di organizzazioni affidabili, piuttosto che sull’analisi dei rischi e degli incidenti sui luoghi di lavoro. Questo interesse ha, altresì, orientato le ricerche verso un modello di responsabilità sociale di tutti gli attori coinvolti in questo processo di costruzione e di realizzazione di un ambiente di lavoro sicuro, in grado di garantire il benessere di chi vi lavora.
Il termine “cultura della sicurezza ” fa riferimento all’insieme di credenze, percezioni e valori che i lavoratori condividono in relazione ai rischi all’interno di un’organizzazione. Essa può essere definita come un’abilità delle organizzazioni in grado di rendere i sistemi sociali, fra cui le istituzioni, meno esposte a situazioni “di rischio” e di conseguenza le organizzazioni stesse più “affidabili”. Da un punto di vista culturale la sicurezza può essere, pertanto, intesa come una competenza sociale che si acquisisce attraverso l’interazione tra individui, organizzazioni e ambiente istituzionale (Gherardi, Nicolini e Odella, 1997a; 1997b). Secondo questa prospettiva, la tutela della sicurezza sul lavoro è una responsabilità collettiva e non solo un concetto incardinato in una serie di norme da rispettare e pertanto la capacità di creare una cultura della sicurezza nelle organizzazioni va esaminata prendendo in considerazione tre livelli differenti: individuale, organizzativo ed istituzionale. Il problema della sicurezza sul lavoro non è, quindi, solo una questione normativa, così come disciplinata dal D. Lgs. 81/20081 che ogni datore di lavoro, lavoratore ed altri soggetti dovrebbero rispettare, ma richiede un approccio molto più complesso che prenda in considerazione il tema dell’organizzazione, in quanto è da essa che nasce il problema della sicurezza ed è in essa che è possibile individuarne la soluzione. È, infatti, proprio partendo da una corretta formazione ad una sicurezza in ambito organizzativo che è possibile costruire un’adeguata cultura della sicurezza.
Il termine “cultura della sicurezza ” compare per la prima volta all’interno dei rapporti sull’incidente di Chernobyl, l’incidente nucleare avvenuto in Unione Sovietica il 26 aprile 1986 e considerato il più grave incidente della storia dell’energia nucleare, per indicare tutti quei comportamenti e quei principi sociali che sono alla base degli errori nella gestione del rischio. Successivamente, sotto l’influenza dell’approccio tecnico, principalmente impegnato ad analizzare i rischi industriali, nonché ricercare possibili soluzioni organizzative e tecniche per la loro gestione negli ambienti produttivi, questo termine è stato utilizzato per indicare l’insieme di pratiche amministrative e di atteggiamenti individuali nei confronti della sicurezza (Turner et al., 1989). Solo a partire dagli anni ’80 intervengono le scienze sociali ed in particolare l’antropologia e la sociologia delle organizzazioni (Douglas, 1985; Turner, 1992; Douclos, 1991) a definire la sicurezza ed il rischio secondo una prospettiva di tipo culturale, che considera “le organizzazioni come processi di interpretazione e di costruzione sociale di pratiche significanti ” (Gagliardi, 1986, Turner, 1990, Alvesson e Berg, 1993, Strati, 1995). Un esempio di questo approccio è la teoria organizzativa degli incidenti industriali elaborata da Barry Turner (1978) che per la prima volta pone l’attenzione alla dimensione sociale ed organizzativa, dimostrando come la gran parte degli incidenti esprimano il fallimento di sistemi eterogenei nei quali si intrecciano componenti tecniche, sociali, organizzative ed istituzionali. La sua eredità è stata quella di considerare il discorso sulla prevenzione e gestione dei rischi e delle crisi come un concetto di tipo socio-culturale e non appannaggio di tecnici ed ingegneri. Ma è proprio attraverso l’analisi del fallimento di tali sistemi che si arriva alla definizione di una cultura della sicurezza, dal momento che ogni incidente rappresenta il fallimento di un’intenzione e l’organizzazione, in quanto sistema eterogeneo orientato al raggiungimento di uno specifico obiettivo, è proprio la manifestazione di tale intenzione. Dall’analisi dei fallimenti si può, pertanto, comprendere la vulnerabilità dei sistemi, ovvero delle dinamiche organizzative ed inter-organizzative che sono alla base di risultati poco soddisfacenti o completamente inefficaci.
L’approccio culturale permette di analizzare il fenomeno della sicurezza sul lavoro da un punto di vista sociale e di instaurare una capacità collettiva in grado di generare delle pratiche di carattere gestionale e lavorative che permettano, non solo di salvaguardare l’equilibrio ecologico ed il benessere di tutta l’organizzazione, ma anche di essere fissata nelle norme e nei valori aziendali, formando un elemento indispensabile da tramandare alle generazioni successive. L’efficacia della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro dipenderà, quindi, in gran parte dalla capacità del sistema aziendale di far circolare la conoscenza sulle principali norme in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro (il Decreto Legislativo n. 81 del 2008, ad esempio, fornisce tutte le indicazioni utili ai fini della sorveglianza sanitaria in modo da prevenire la comparsa di malattie professionali) e di garantire un’adeguata formazione in tema di salute, prevenzione e sicurezza, così da limitare il verificarsi di inconvenienti e incidenti. Condividere una cultura della sicurezza, tuttavia, non equivale solo a farla circolare attraverso formazione e informazione, ma significa anche includerla nella dimensione gestionale dell’azienda, vale a dire nei processi decisionali, nei processi di valutazione, nelle dinamiche relazionali e, quindi, integrarla tra i valori e i principi che regolano il rapporto tra i lavoratori e la stessa organizzazione. In tale ambito diventa fondamentale che l’organizzazione spinga i propri dipendenti verso comportamenti virtuosi, consapevoli e responsabili, che siano condivisi con l’organizzazione stessa e che siano in grado di diffondere un’efficace cultura organizzativa. Se la “cultura della sicurezza” indica l’insieme di pratiche amministrative e di atteggiamenti individuali e collettivi nei confronti della sicurezza, la ‹‹cultura organizzativa›› rappresenta i principi, le regole, i valori ma anche gli obiettivi che sono alla base di un’organizzazione e che sono accettati, riconosciuti e condivisi da tutti gli attori presenti in azienda e che in quanto tali si trasformano in comportamenti, atteggiamenti e decisioni delle persone. Un’organizzazione che possiede una cultura forte è capace anche di mostrare specifici valori, credenze e modelli di comportamento, ben integrati e che la rendano capace di operare ad un livello superiore di efficacia (Dennison, 1984), oltre che garantire un livello superiore di sicurezza. Nell’elemento “culturale” risiede, dunque, la capacità di agire “in un determinato modo”, di fare le cose “giuste” ed in “modo corretto” all’interno di un’organizzazione, determinandone il successo. La cultura della sicurezza è, pertanto, un elemento strategico nelle aziende, perché rappresenta un momento di innovazione e di cambiamento in grado di influenzare positivamente la salute e il benessere dei lavoratori, diventando un importante fattore trainante per il successo continuo di un’impresa.

Costruire una cultura della sicurezza

La salute e la sicurezza dei lavoratori è uno dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione della Repubblica Italiana2 e obbligo dell’imprenditore (Datore di Lavoro) è quello di adottare, nell’esercizio delle funzioni, le misure necessarie a tutelare l’integrità ed il benessere dei suoi dipendenti (c.d. obbligo di sicurezza), così come sancito dall’art. 20873 del Codice Civile. Quando si parla di sicurezza, tuttavia, non si fa riferimento semplicemente ad un obiettivo da raggiungere o a delle norme da rispettare, ma ad una strada da percorrere assieme, con lo scopo di ridurre tutti quei comportamenti ‹‹rischiosi›› che possono compromettere la salute ed il benessere del lavoratore, con riferimento tanto ad infortuni e malattie professionali quanto al lavoro precario o ad attività lavorative poco gratificanti e demotivanti, che incidono negativamente sul benessere del personale. La sicurezza, quindi, non è solo una questione legislativa riservata agli imprenditori o più in generale ai datori di lavoro, ma è una questione sociale e culturale che deve coinvolgere tutti allo stesso livello. La tutela della sicurezza del lavoratore deve passare attraverso un sistema partecipato di relazioni dove tutti sono chiamati a cooperare per un interesse comune, che è quello della riduzione dell’incidenza del rischio e degli effetti dannosi sulla propria e altrui salute che possono scaturirne. In questo senso, il grande merito di aver introdotto un concetto di sicurezza a livello europeo e di prevenzione dei rischi sul luogo di lavoro, che tiene conto dell’uomo come oggetto dell’intervento e non solo la macchina, va al Decreto Legislativo n. 626 del 19944, partendo dalla consapevolezza che non esiste il cosiddetto “rischio zero ” (Beck, 1986) perché qualsiasi attività umana, sia attinente alla sfera privata sia a quella lavorativa, espone alla probabilità più o meno alta di incorrere in qualche rischio per la propria salute e sicurezza. Da qui l’importanza che l’organizzazione si attivi nell’ottica di coinvolgere, culturalmente e socialmente, tutte le parti interessate, affinché le stesse possano adottare comportamenti individuali e strategie organizzative orientate alla sicurezza. Tale coinvolgimento può essere perseguito attraverso strumenti, quali la formazione di nuove figure professionali, il miglioramento della qualità dei servizi offerti e degli strumenti a disposizione, progetti di formazione e sensibilizzazione sui temi della sicurezza e soprattutto attraverso la comunicazione. Ed è proprio la comunicazione che stimolando la conoscenza, intesa come conoscenza della normativa vigente, delle regole da rispettare e dei rischi e/o pericoli in ambito lavorativo, nonché dei comportamenti da attuare per minimizzare tali rischi, può rappresentare la vera strategia per far funzionare il sistema della sicurezza nei luoghi di lavoro. La conoscenza responsabilizza tutti gli attori coinvolti nel processo produttivo e permette il coordinamento tra le varie figure. La conoscenza, inoltre, aumenta la consapevolezza degli stessi circa l’importanza della sicurezza stessa e soprattutto sull’impossibilità di scinderla dagli altri fattori presenti in azienda, come quelli sociali (il gruppo di lavoro), organizzativi (rapporti uomo-macchina-contesto), di sistema (affidabilità delle componenti) e di comunità (prevenzione e qualità della vita).

Conclusioni

L’opportunità di migliorare la sicurezza attraverso un approccio partecipativo e non solo normativo potrebbe assicurare una migliore qualità della vita delle persone, nonché il futuro delle organizzazioni, aumentando i livelli di salute, sicurezza e benessere dei lavoratori, riducendo i rischi ed assicurando una prevenzione e protezione da infortuni o malattie collegate alle attività lavorative. Adottare un approccio culturale alla questione della sicurezza permetterebbe, infatti, di analizzare il problema sotto un profilo differente rispetto a quello normativo e attuativo, che prenda in considerazione il modo in cui si può costruire una cultura della sicurezza partendo dalle dinamiche relazionali tra persone, organizzazioni e istituzioni e quelli che sono gli elementi psico-sociali, legati al benessere organizzativo e alla qualità della vita delle persone, dentro e fuori il contesto lavorativo, per costruire organizzazioni sicure e affidabili.
Costruire una cultura della sicurezza implica, dunque, un approccio alla questione non solo tecnico e normativo, bensì sociale e culturale per l’importanza di programmare interventi comportamentali (Berra, 1996) e di affinare strumenti didattici e comunicativi (Lupton, 2003; Covello et al. 1999) per la prevenzione e la tutela della salute e della sicurezza del lavoratore. Stabilite, pertanto, le norme da rispettare secondo la normativa vigente, il passaggio dovrebbe essere quello di costruire una vera e propria cultura della sicurezza che sappia motivare i cittadini, di qualunque contesto sociale e professionale, verso una maggiore tutela per sé stessi e per gli altri (Dachuna-Castelle, 2001; Herkert, 1994).

Bibliografia
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  • https://zeromortisullavoro.it/cultura-della-sicurezza-sul-lavoro/.
  • https://www.pasqualegagliardi.it/sites/default/files/Presentazione%20dell’edizione%20italiana.pdf.
  • La sicurezza sul lavoro e l’approccio culturale al tema della sicurezza – Adnkronos.com.
  • Costituzione Italiana – Tutti gli articoli (testolegge.com).
  1. Il D. Lgs. n. 81 del 2008 è la normativa di riferimento in materia di sicurezza sul posto di lavoro, che ha abrogato la precedente legge n. 626/1994 e che attua l’articolo 1 della legge n. 123/2007 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Scopo di questa disciplina è quello di garantire ai lavoratori un ambiente lavorativo salubre e sicuro, definendo le misure preventive indispensabili e necessarie per ridurre al minimo i rischi connessi al lavoro. La normativa in argomento, inoltre, riordina e coordina le diverse norme emanate nel tempo in un unico testo organico, per questo denominato “Testo Unico” con riferimento ai principi e alle norme di diritto interno, comunitario e internazionale, prestando attenzione anche al lavoro delle donne e degli immigrati. ↩︎
  2. li articoli ritenuti più rilevanti, citano testualmente:
    a. art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.
    b. art. 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”
    c. art. 35: “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”.
    d. art. 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” [Cfr. Costituzione Italiana – Tutti gli articoli (testolegge.com)]. ↩︎
  3. “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” [Cost. 41]. ↩︎
  4. La normativa in materia di sicurezza sul lavoro ha subito importanti cambiamenti in particolare in due periodi: nel 1994, anno in cui entra in vigore la “famosa” Legge n. 626, con lo scopo di abrogare le precedenti leggi e recepire le normative europee sulla salute e sicurezza dei lavoratori, e successivamente nel 2008, con il passaggio al D.Lgs. n. 81/08. La Legge n. 626 del 1994 ha introdotto elementi importanti, tra cui la figura dell’RSPP, la figura dell’RLS (il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza) e il Servizio di Prevenzione e Protezione ed ha avuto il merito di rendere più moderna la sicurezza nei luoghi di lavoro nel nostro Paese. ↩︎
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