L’affitto d’azienda nella crisi d’impresa: scialuppa di salvataggio o reato?

di Luca Ceva Bovio

Per anni, l’ombra del diritto penale ha paralizzato le scelte dei manager nelle fasi più acute della crisi d’impresa. Affittare un ramo d’azienda a ridosso del default economico è stato spesso liquidato come un automatico tentativo di “svuotamento” patrimoniale, traducendosi nella temuta accusa di bancarotta fraudolenta per distrazione.
Una recente e fondamentale svolta è arrivata dalla Corte di Cassazione penale (Sez. V), con la sentenza n. 27182 del 17 luglio 2026. Con questa pronuncia, i giudici di legittimità hanno innanzitutto richiamato il consolidato orientamento della giurisprudenza. Secondo tale impostazione, il distacco di un bene dal patrimonio dell’imprenditore poi fallito configura il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale a prescindere dalla natura dell’atto negoziale utilizzato.
Di conseguenza, anche il contratto di affitto d’azienda può integrare la distrazione se stipulato con canoni incongrui o simulati, oppure al solo scopo di sottrarre i beni societari in previsione del fallimento. La Suprema Corte ha inoltre ribadito che costituisce bancarotta impropria la cessione (a qualsiasi titolo) di un ramo d’azienda che renda impossibile il perseguimento dell’oggetto sociale senza ripianare la situazione debitoria.
La vera novità della sentenza risiede però in una precisazione: la legittimità dell’operazione va accertata in concreto. Il criterio distintivo deve fondarsi sull’interesse effettivo dell’impresa e sulla tutela del suo patrimonio complessivo.
Pertanto, non sussiste alcun illecito se la cessione realizza una reale finalità aziendale e conserva il valore quantitativo del patrimonio sociale grazie alla controprestazione concreta offerta e corrisposta dal cessionario.
In conclusione, l’affitto d’azienda non determina di per sé una condotta distrattiva, purché consenta alla società concedente di:

  • conservare l’integrità patrimoniale, mantenendo la proprietà dei beni concessi in affitto,
  • ricavare un reddito reale e concreto, quantomeno equivalente a quello derivante dalla sua diretta utilizzazione.
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