Editoriale
Usi, costumi e mentalità
di Mario Bertolissi
Se qualcuno si chiede: di quali materiali ha fatto uso il Costituente nel momento in cui si è apprestato ad elaborare il Progetto di Costituzione e ad approvarlo? Nonostante non siano mancati apporti di politologi e di economisti, non v’è dubbio che l’ottica prevalente è stata quella del giurista. D’altra parte, si trattava di predisporre un testo oggettivamente normativo. Ma allora, come ora, non ci si allontana granché dal vero se si considera quel che, in un tempo a noi vicino, ha notato un economista: “I giuristi hanno la tendenza a risolvere i problemi con le norme. L’approccio giuridico predilige la nozione di regola e di proibizione, e in gran parte ignora la nozione di incentivo. Assume che, una volta definito ciò che è consentito e ciò che non lo è, il problema sia risolto. Se qualcosa non funziona, si stabilisce una norma che proibisca certi comportamenti”1.
Questa mia personale, continua insistenza su questi aspetti, che caratterizzano l’operato dei pubblici poteri (di tutti, indistintamente), di cui si lamentano persone, famiglie e imprese, è, purtroppo, ancorata saldamente a dati di fatto incontestabili. Da un lato, alla crisi fiscale, per cui il fabbisogno di risorse pubbliche è sempre (costantemente) inadeguato rispetto a ciò, di cui si dovrebbe disporre2; d’altro lato, perché la sottrazione all’obbligo di concorrere alle spese pubbliche, in ragione della propria capacità contributiva, è di dimensioni assolutamente patologiche, almeno in Italia3; d’altro lato ancora, perché il debito pubblico è in costante espansione4, nonostante i tentativi di ridurlo e la quantità di risorse ottenute, nell’ambito del PNRR, esenti dall’obbligo di restituzione5.
Ora, le cause sono sempre più d’una, ma è indiscutibile il fatto che ve ne sono alcune di prevalenti sulle altre, come si può agevolmente ricavare dai cenni dati un istante fa. La domanda, che ci si deve porre in proposito, è molto semplice: da che cosa dipende questa sostanziale e diffusa abitudine di non prendere sul serio le regole fondamentali della convivenza civile? Che cosa intendeva dire Johann Wolfgang Goethe, quando scrisse: “Questa è l’Italia che io lasciai. Ancora polverose le vie, ancora spennato lo straniero, faccia pure quel che vuole. Lealtà tedesca invano cercherai per ogni dove: qui c’è vita e c’è animazione, ma non ordine né disciplina; ognuno pensa solo a sé, di altrui diffida, è vano, e i reggitori dello Stato, anche loro, pensano a sé soli”6?
Intendeva rilevare – allora, con una visione prospettica confermata da recentissimi eventi – che soltanto simili, irresponsabili e non salde mentalità possono creare le condizioni per delegittimare costantemente le istituzioni. Istituzioni, che paiono essere rette e governate da discendenti del Marchese del Grillo, il quale – non altri – può aver concepito la strana idea di proporre, quale magistrato della Corte dei conti, un ginecologo7. Vorrà dire che, a parti invertite, il proponente dovrà essere affidato, un domani, ove fosse indispensabile un intervento chirurgico, alla maestria di un consigliere della Corte dei conti.
Sì, è accaduto anche questo, nel silenzio dei supremi organi dello Stato, cui piace declamare principi, piuttosto che sollecitare il rispetto in concreto delle istituzioni, che sono di tutti. Di quelli che ora popolano il nostro Paese e anche di quelli che verranno. Vale a dire, delle “future generazioni”, come ora prescrive il novellato articolo 9, 3° comma, della Costituzione. Al fondo, dovrebbe esserci una idea solida di bene comune: che “È il bene di quel ‘noi-tutti’, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per sé stesso”8. Ed un criterio responsabile nel promettere soltanto ciò che si può mantenere. Non altro, perché, ove così fosse, saranno chiamati a pagare il costo dei benefici ottenuti coloro che non ne hanno usufruito9.
Purtroppo, le narrazioni quotidiane, di stampo giuridico-formale, confondono il dover essere con l’essere; fanno credere che esista ciò che non è; rendono sempre più complicato districarsi nel quotidiano.
- R. Perotti, Status quo. Perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo), Feltrinelli, Milano, 2016, 169. ↩︎
- È una storia lunga: v. già J. O’ Connor, La crisi fiscale dello Stato, con una prefazione di F. Caffè, Einaudi, Torino, 1979. ↩︎
- V., ad esempio, A. Santoro, L’evasione fiscale. Quanto, come e perché, il Mulino, Bologna, 2010, e A. Brambilla, Il consenso a tutti i costi. Quando la politica promette, il cittadino deve sempre chiedere: chi paga?, Guerini e associati, Milano, 2022; assai di recente, Id., Oppressi dalle tasse, ma solo in pochi, e lo Stato deve tagliare i servizi, in Il Sole 24 Ore, 1° maggio 2026, 14. ↩︎
- C. Cottarelli, Il macigno. Perché il debito pubblico ci schiaccia e come si fa a liberarsene, Feltrinelli, Milano, 2016. ↩︎
- V. Peggio della Grecia, in il Post, 13 maggio 2026: “Ora il Paese europeo con il debito pubblico più alto è l’Italia, e il modo in cui è successo è una storia da cui dovremmo aver imparato qualcosa”. ↩︎
- J.W. Goethe, Epigrammi veneziani, ellint, Roma, 2017, 89. ↩︎
- G. Merlo, La Corte dei conti boccia la nomina a giudice contabile del ginecologo braccio destro di Schillaci, in Domani, 5 maggio 2026. ↩︎
- Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n. 7. ↩︎
- Limpida, sul punto, V. de Romanis, Il pasto gratis. Dieci anni di spesa pubblica senza costi (apparenti), Mondadori, Milano, 2024; Ead., L’economia della paura. Perché conservando si arretra, Mondadori, Milano, 2026. Da ultimo, S. Torrini, Superbonus, bloccati 4 miliardi di crediti falsi, un euro su tre è illegittimo, in Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2026. ↩︎


