Editoriale
Se vent’anni vi sembran pochi: il Rapporto Piazza
di Mario Bertolissi
Quando la televisione era in bianco e nero, c’era un solo canale e la buona notte non arrivava ad un’ora tarda; prima della sigla di chiusura, appariva sullo schermo un omino, che diceva così: “Il tempo passa e l’uom non se ne avvede”. In fondo, questo è il senso di una piacevole, garbata e intelligente intervista di Carlo Cottarelli, il quale denuncia, pure lui e non per la prima volta, quel dannoso arrancare della Repubblica, sempre alle prese con i consueti problemi, dovuti, in larga misura, al fatto che non ci si convince di una verità elementare: che non esiste “lo Stato come ente astratto. Perché lo Stato alla fine siamo tutti noi”1.
Eppure, siamo di fronte a un costante, duraturo nulla di fatto. Perché – ha scritto una attenta economista, che non teme di andare controcorrente –, “Nella politica della conservazione, non si pianifica, non si costruisce: si galleggia. Al massimo si comincia qualcosa e poi si vede. L’importante è congelare lo status quo, il più a lungo possibile, nella preoccupazione costante che il domani possa metterlo in discussione. Una strategia miope e scellerata. Non si salva nessuno. Le responsabilità sono trasversali: questa impostazione non è una prerogativa solo dell’ala conservatrice”2.
Dunque, che cosa era accaduto a vent’anni di distanza dalla elaborazione del Rapporto Giannini del 19793? Vent’anni dopo, appunto, un nuovo Rapporto intendeva verificare se qualcosa fosse cambiato oppure no. Ed iniziava dalle conclusioni del Rapporto Giannini, con una sintesi, che suggeriva le premesse di un doloroso programma. Una sorta di Via Crucis. Perché, “Cancellare l’immagine negativa dei poteri pubblici era (…) la premessa dell’instaurazione di un rapporto meno sbilanciato dalla parte dello Stato. Nel Rapporto [Giannini] non veniva posto in modo esplicito il problema della comunicazione tra amministrazione e cittadini. Ma certo ne emergeva l’esigenza. Veniva messa in luce la necessità di modificare il nesso tra autorità e libertà attraverso riforme che intervenissero in maniera radicale su modelli organizzativi, strutture, procedimenti”4. Si sarebbe dovuto fare ricorso a una fervida, fortissima vocazione al bene comune5.
La principale, tra le riforme, avrebbe dovuto consistere nel semplificare: nel togliere tutto ciò che si traduce in incombenti ed oneri privi di scopo, che fanno girare a vuoto una pubblica amministrazione destinata ad essere e a perpetuarsi soltanto come “macchina”. Ma “Se l’amministrazione deve essere al servizio del cittadino, non può prescindere dall’efficienza: e senza semplificazione non ci può essere, evidentemente, efficienza”6. Di più, “L’amministrazione è la ‘Costituzione’ del quotidiano. Il buon funzionamento del sistema amministrativo è condizione necessaria per la tutela e la garanzia effettiva dei diritti dei cittadini e, quindi, la democrazia passa anche dalla semplificazione. Le complicazioni costano e, quindi, la semplificazione libera risorse per altri compiti”7.
Non si può dire siano mancate analisi, indagini, studi e proposte, che avrebbero dovuto condurre almeno a un certo miglioramento dell’esistente. Ma tutto è destinato a rimanere intatto e pietrificato, in assenza di elevate e nobili motivazioni, quali possono essere, ad esempio, quelle presupposte dall’articolo 54, 2° comma, della Costituzione, stando al quale “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Se non è così, perché si preferisce sopravvivere, scegliendo di rimanere sempre al riparo da ogni e qualunque responsabilità, allora si verifica – ha notato un uomo delle istituzioni – che “certi schemi concettuali resistono agli stessi mutamenti delle forme di Stato e di governo”8.
Così – a distanza di vent’anni dal 1979 ed ancora oggi –, si deve constatare, amaramente, che “le scelte di tipo politico generale (e salvo rare eccezioni) non hanno in grande conto le analisi costi-benefici quando si tratta di intervenire sull’organizzazione e sulle modalità di azione dell’amministrazione pubblica”9. Fuori di una simile prospettiva, diviene inevitabile il consumo di risorse pubbliche privo di scopo, destinato a tenere in vita una macchina, appunto, che è al servizio di sé, piuttosto che del cittadino-contribuente.
- D. Manca, “Senza tagli l’Italia non ripartirà, ma con la politica per ora ho chiuso. Faccio il predicatore dell’economia tra scuole, teatri e parrocchie”, in Corriere della Sera, 8 aprile 2026, 25. ↩︎
- V. De Romanis, Economia della paura. Perché conservando si arretra, Mondadori, Milano, 2026, 3. Ead., Il pasto gratis. Dieci anni di spesa pubblica senza costi (apparenti), Mondadori, Milano, 2024. Quanto al più recente saggio, v. F. de Bortoli, Nessun rischio (e nessun futuro). Ecco perché l’Italia non sa crescere, in Corriere della Sera, 31 marzo 2026, 47. ↩︎
- Ne ho scritto in questa Rivista, n. 4/2026. ↩︎
- Lo stato dell’amministrazione pubblica a vent’anni dal Rapporto Giannini, predisposto dal ministro Angelo Piazza, Roma, 16 novembre 1999, 9. ↩︎
- M. Bertolissi, Il mito del buon governo, Jovene, Napoli, 2022, passim. ↩︎
- Rapporto Piazza, cit., 21. ↩︎
- Ibidem. ↩︎
- L. Paladin, Le fonti del diritto italiano, il Mulino, Bologna, 1996, 346. ↩︎
- Rapporto Piazza, cit., 35. ↩︎


