Editoriale
Dai lavori preparatori della Costituzione un invito a coniugare buona amministrazione e democrazia
di Mario Bertolissi
Il passato, prossimo e remoto, ci ricorda che, quello di una buona amministrazione (efficiente, efficace e funzionante), è stato un vero e proprio assillo di quanti sono stati incaricati di affrontare un argomento scottante, quale era ed è, appunto, quello degli apparati pubblici, presi in considerazione sul duplice versante della quantità degli incombenti e della qualità della loro azione. Ben poco era riuscito a realizzare, durante il ventennio, il fascismo, che pur aveva attratto al centro ogni potere decisorio, avendo reso del tutto inconsistenti i poteri locali, eterodiretti. A conferma di un dato incontestabile, che contraddice taluni conati neocentralisti di una Repubblica, che ha finito per denominare formalmente autonomia ciò che sembra più prossimo alla risalente e mai davvero superata autarchia.
D’altra parte, quando viene in gioco la burocrazia, bisogna essere consapevoli di quale è il suo più naturale risvolto. La burocrazia è un’entità astratta, priva di carnalità1. Quest’ultima – corpo e anima – è messa a disposizione da quelle particolari figure di operatori, che sono i burocrati2. Di costoro, ha scritto pagine illuminanti Ludwig von Mises, il quale ha rilevato, tra l’altro, che “essi agiscono sotto la protezione di una decisione presa dal ceto politico: non devono innovare, ma eseguire (nel piatto rispetto di regolamenti, istruzioni e circolari) quel che viene dettato da altri; e utilizzano risorse altrui, che provengono cioè dal contribuente”3. Quel che segue, nella narrazione, è una conseguenza, per così dire, naturale, che spiega tutto, a cominciare dal fatto che ogni innovazione corre il rischio di essere stroncata in itinere: durante il viaggio.
Peraltro, i burocrati “Non hanno (…) responsabilità politica e non mettono in gioco risorse proprie. Inoltre, i servizi da loro resi sono imposti ai cittadini. Si tratta infatti di servizi prestati monopolisticamente a beneficiari che non hanno la possibilità di scelta. Da cui pure la conseguenza che l’opera della burocrazia non ha un accertabile valore di mercato: si trova fuori dal sistema dei prezzi e non può essere sottoposta al controllo del calcolo economico”4.
È evidente che tutto questo – che non è, a ben vedere, tutto – incide profondamente su ciò che determina gli apparati all’azione e, molto più spesso, all’inazione: per motivi diversi, che hanno in comune un unico, determinante tratto significativo: quello di dissipare, direttamente e indirettamente, enormi quantità di risorse pubbliche. È questa profonda, sincera consapevolezza che ha spinto autorevoli studiosi, incaricati dal Ministero per la Costituente, ad affrontare i principali problemi attinenti alla forma di Stato5; a segnalare, a quanti sono poi stati chiamati ad elaborare il testo della Legge fondamentale, di non trascurare mai il nesso buon funzionamento della pubblica amministrazione-democrazia.
Questa relazione può essere concepita in senso formale: nominalistico. Può essere intesa, invece, realisticamente: vale a dire (dal momento che tutti i diritti costano e debbono essere finanziati dal cittadino-contribuente), assumendo, quale termine di riferimento, la relazione avere-dare in attuazione del principio costituzionale di solidarietà (articolo 2). Ed è qui che viene in gioco anche la componente territoriale, ove si situano le diverse articolazioni della Repubblica6.
Sotto questo profilo, è evidente che tutto ciò che attiene all’amministrazione e alla burocrazia finisce per essere collocato all’interno di un sistema valoriale, definito dalla Costituzione. I diritti in tanto non si riducono a declamazioni, in quanto siano sorretti dai doveri. E la misura di questi ultimi deve essere “giusta”. Da qui, l’esigenza della “giusta imposta”: della “giusta ripartizione dei carichi pubblici” e della “giustizia sociale ed interregionale”7.
Corre l’anno 2026 e tutto questo è rimasto un sogno.
- È un termine, di cui si è occupato – rilanciandolo all’interno di una serrata dialettica – P. Grossi, L’invenzione del diritto, Laterza, Roma-Bari, 2017, nonché in altre innumerevoli pubblicazioni. ↩︎
- Per evitare equivoci ed approssimazioni, Il piccolo Rizzoli Larousse, Rizzoli Larousse, Milano, 2004, ad vocem, per burocrazia intende anche un “tipo di organizzazione inutilmente complicata, ottusamente ligia alla lettera dei regolamenti, inefficiente”; mentre burocrate è un “ligio esecutore di direttive altrui; metodico conservatore di forme stereotipe”, che produce quel che si definisce burocratico: vale a dire, ciò che è “pedissequo, formalista”. ↩︎
- L. von Mises, Burocrazia, con prefazione di L. Infantino, Rubettino, Soveria Mannelli, 2009, 18. V., inoltre, Id., L’azione umana. Trattato di economia, Rubettino, Soveria Mannelli, 2016, nonché Id., Il fallimento dello Stato interventista, Rubettino, Soveria Mannelli, 2011. Quanto a Lorenzo Infantino, alle sue qualità e ai suoi meriti di studioso, v. A. Mingardi, Infantino, il liberalismo come azione, in Corriere della Sera, 19 gennaio 2025, 37. ↩︎
- L. von Mises, Burocrazia, cit., 18. ↩︎
- Concerne il rapporto governanti-governati. ↩︎
- Rapporto della Commissione economica. V. Finanza, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1946, spec. 125 ss. ↩︎
- Ibidem. ↩︎


