Febbraio 2026

Editoriale

La libertà secondo Piero Gobetti: costi quel che costi

di Mario Bertolissi

Se c’è un dato, che oggi emerge sopra ogni altro, è che ben pochi leggono; quasi nessuno fa della memoria l’architrave, cui connettere propositi ed iniziative; l’esito finale è, più o meno, sempre lo stesso. Un lento ripiegare sulle posizioni di partenza, in cui si ritrovano tutti concordi nel motto quieta non movere. D’altra parte, chi ha il coraggio di intaccare le radici di un sistema, che sembra graniticamente ancorato a ciò che qualche Costituente avrebbe voluto abbandonare per sempre: vale a dire, il conformismo1? Che non rappresenta – è chiaro – una virtù civica, dal momento che consiste nel “rispetto acritico delle norme, delle tradizioni, degli usi e della morale prevalenti nella società”2.
Nella – ormai non proprio brevissima – storia d’Italia, vi sono state voci, che si sono innalzate per esortare al rinnovamento, innanzi tutto, morale. Ma sono voci rimaste inascoltate, se è vero che, anche in tempi recenti, c’è chi ha parlato, appunto, di un preoccupante persistere del “problema morale dell’Italia”3, il cui tratto più significativo, con ricadute istituzionali deleterie, è il trasformismo: “Spregiudicata attitudine a modificare le proprie opinioni per adattarsi ai cambiamenti di situazione”4. Tradizionalmente, per come se ne parla, parrebbe essere una questione lontana, perché riconducibile a una pratica – divenuta prassi – dovuta ad Agostino Depretis: in origine, mazziniano, deputato del Parlamento piemontese, autorevole esponente politico della sinistra dell’Italia unita.
Dirà qualcuno: e con questo? Chi si duole del fatto che non si riesce a mitigare quella che, comunemente, si definisce burocratizzazione, dovrebbe essere interessato a conoscerne le cause: che sono quelle, ripetutamente indicate in precedenti scritti5. Quanto alla denuncia di questo devastante ed onerosissimo fenomeno, tanto per rimanere ancorati a un tempo a noi vicino, è sufficiente leggere il PNRR e il programma del Governo Meloni, che promette inversioni di tendenza, non realizzate – è da credere –, se è vero che una delle prime delibere, assunta dalla Giunta regionale del Veneto, a inizio legislatura6, reca il seguente oggetto: “Istituzione del Tavolo regionale per la Sburocratizzazione”. Operazione mitica, come ho avuto occasione di spiegare in molteplici circostanze7; e come si può ricavare da una attenta lettura di un’opera generale davvero pregevole8, le cui conclusioni sono – per così dire – certificate da un esponente della nobile schiatta dei gabinettisti9.
Il fatto è che riforme di questo genere sono possibili soltanto a una condizione, come si è concluso, con innegabile consapevolezza: “E semplificare in modo mirato. Perché, a parità di regole, i risultati cambiano. E dipendono da chi quelle regole le deve attuare”10. A costui, sarebbe opportuno – più che dare ordini e indirizzi; delineare scenari, ribadendo, fino alla noia più estrema, formule vuote di ogni contenuto – suggerire, se non imporre, la lettura di un saggio di stupefacente attualità, scritto da un giovane ventitreenne, di sorprendenti competenze e di uno smisurato senso della libertà, che ha pagato con la vita11.
Per sburocratizzare serve disporre di una forma mentis non burocratica. Significa agire ponendosi il problema non di chi ha il potere e si avvale di competenze formali, ma di quali sono le responsabilità, in termini di: che cosa accade, in caso di fallimento? chi ne paga le conseguenze? Ma questo genere di interrogativi esige una salda premessa, se non ignota, di certo trascurata: “I sistemi amministrativi corrispondono a un metodo di vita parassitaria”12.
Vale, in proposito, questo folgorante pensiero di uno che ha disprezzato il politicamente corretto: “Il problema della pubblica amministrazione era stato risolto in Inghilterra con la creazione di una burocrazia non numerosa ferreamente sottoposta alla direzione dei lords insigniti di cariche direttive onorifiche. In Italia il problema della burocrazia non è più solubile dal momento che per fare gli italiani abbiamo dovuto farli impiegati, e abbiamo abolito il brigantaggio soltanto trasportandolo a Roma”13: “il popolo poi doveva essere educato al parassitismo”14.
Vero oppure no quanto riferito all’Inghilterra? Prendo a prestito un giudizio di Lev Tolstòj: “L’inglese è sicuro di sé perché sa di essere un cittadino dello Stato meglio organizzato che esista al mondo e perché, in quanto inglese, sa sempre quel che deve fare, e sa che tutto ciò che egli farà in quanto inglese sarà indubbiamente ben fatto”15. Certo, ora, sono altri tempi. Tuttavia, Londra non è ancora Roma.

  1. Una delle più radicali critiche del mos italicus sta in P. Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Ponte alle Grazie, Milano, 2001, passim. ↩︎
  2. Il piccolo Rizzoli Larousse, Rizzoli Larousse, Milano, 2004, ad vocem. ↩︎
  3. M. Viroli, Il Dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia, Laterza, Roma-Bari, 2005. ↩︎
  4. Il piccolo Rizzoli Larousse, cit., ad vocem. ↩︎
  5. Comparsi su questa Rivista: nn. 6-12/2025 e n. 1/2026. ↩︎
  6. La n. 6 del 9 gennaio 2026: v., in proposito, Lanciata l’operazione per ridurre la burocrazia, in il mattino di Padova, 12 gennaio 2026, 5. ↩︎
  7. M. Bertolissi, Riformare la pubblica amministrazione – Aqui està el busilis, in questa Rivista, 2021, 43 ss., nonché Id., Il mito del buon governo, Jovene, Napoli, 2022. ↩︎
  8. G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana, il Mulino, Bologna, 2020. ↩︎
  9. Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto, raccolte da G. Salvaggiulo, Feltrinelli, Milano, 2020. ↩︎
  10. F. Landolfi, Appalti, nelle Pa inefficienti servono fino a tre mesi in più a parità di opere, in Il Sole 24 Ore, 27 dicembre 2025, 8, in margine a una indagine condotta da Sauro Mocetti e Gabriele Rovigatti per Banca d’Italia. V. già R. Perotti, Status Quo. Perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo), Feltrinelli, Milano, 2016. ↩︎
  11. Mi riferisco a Piero Gobetti e al volume La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, con un saggio introduttivo di G. De Caro, Einaudi, Torino, 1974. ↩︎
  12. P. Gobetti, La rivoluzione liberale, cit., 120. ↩︎
  13. Ivi, 160. ↩︎
  14. Ibidem. I ben pensanti sono in urto. Quanti vorrebbero una vita decente, con autorità politiche e amministrative votate al bene comune, sono certo che no. Ma i ben pensanti hanno a cuore la tranquillità, non la libertà. ↩︎
  15. L. Tolstòj, Guerra e pace, vol. III, Mondadori, Milano, 1999, 993. ↩︎
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