Gennaio 2026

Editoriale

Giovanni Abignente ha ancora ragione

di Mario Bertolissi

È di questi giorni l’invito – l’ennesimo – a sburocratizzare l’azione dei pubblici poteri. Di tutti gli apparati, che sono in grado di condizionare l’attività delle imprese, e non solo1. Che si tratti di un’esigenza avvertita, è presto detto. È sufficiente leggere l’articolo 1, primo comma, della notissima Legge n. 241/19902, stando al quale “L’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza secondo le modalità previste dalla presente legge e dalle altre disposizioni che disciplinano singoli procedimenti, nonché dai principi dell’ordinamento comunitario”.
È una legge, che, nata – tutto sommato – sobria, perché caratterizzata dalla presenza di non numerosi enunciati e da una limpida sistematica, si è venuta complicando via via nel tempo, in forza di una prassi, che considero demenziale. Consiste nel trasformare in legge3 massime estrapolate dalle pronunce del giudice amministrativo: in specie, da quelle del Consiglio di Stato. Ottenendo – a mio modo di vedere – un duplice effetto negativo: quello di assegnare a un giudice, nella sostanza, il ruolo di Legislatore; quello di irrigidire, pietrificandola, una massima, che ha sempre una sua ragion d’essere specifica, che non dovrebbe mai tradursi in un comando di valenza generale.
D’altra parte, c’è stato chi ha avvertito dei rischi che si corrono, allorché si imboccano strade, che conducono ad esiti inaccettabili, allorché c’è di mezzo la giustizia. Vale a dire, quel che sottintende un risalente, collaudato brocardo: narra mihi factum, dabo tibi ius. Accade, appunto, l’esatto contrario “se il giudice non fosse tratto talvolta, per eccessivo ossequio alle massime, a dare parvenza di legge alle costruzioni logiche inventate dai suoi predecessori; le quali, create una prima volta per servir l’equità, possono diventare, quando sono riportate sui massimari separate dai fatti su cui si fondarono, idoli spietati di cui l’equità diventa la vittima”4.
Che cosa cercano, d’altra parte, nell’agire quotidiano, persone, famiglie e imprese? Cercano quel che la Costituzione promette. Innanzi tutto, di poter lavorare e di ritrarre da ciò quel che consente loro di vivere “un’esistenza libera e dignitosa” (articolo 36, primo comma); di poter intraprendere un’attività economica (ex articolo 41, primo comma), concorrendo, in tal modo, all’adempimento del dovere costituzionale della capacità contributiva (articolo 53, primo comma): il quale – si badi – non è fine a sé stesso perché è funzionale all’esigenza di “concorrere alle spese pubbliche”, in nome di un superprincipio, che è quello della “solidarietà politica, economica e sociale” (articolo 2). Aspirano a che le risorse prese dalle loro tasche servano a qualcosa di utile, la cui soddisfazione dipende, in larga misura, dal rendimento delle pubbliche amministrazioni. Da quel che si usa definire – da qualche tempo a questa parte – capacità amministrativa5.
Ma questa è inadeguata, come si è già osservato, ed è assai costosa l’incapacità6. Sicché, si può ripetere nel 2025 quel che Giovanni Abignente ebbe cura di scrivere nell’ormai lontano 1916. È indispensabile che l’Italia sia “più forte, più consapevole, più semplice”7. Ed aggiungeva, con parole di disarmante attualità: “L’Italia geme da un lato sotto lo sproporzionato onere d’una enorme massa burocratica, al cui scarso sostentamento sacrifica grandi energie finanziarie, e dall’altro sotto il peso di congegni complicati, i quali, addensando formalità sopra formalità, né assicurano la precisione della gran macchina né rendono facili i rapporti fra cittadini e Stato. Alla burocrazia, naturalmente e non per malanimo (salvo le eccezioni), ogni cittadino appare un essere fastidioso, perché procura eccesso di lavoro; ad ogni cittadino lo Stato né suoi organismi e né suoi agenti appare o un nemico ovvero un ostacolo così al conseguimento della giustizia come allo svolgimento della sua attività”8. Parole non dissimili da quelle pronunciate da Massimo Severo Giannini nel suo celebre Rapporto del 1979.
Purtroppo, è ancora così, come si legge nelle pagine, peraltro non esaltanti, del Pnrr. E lo si dovrà constatare, quando si tireranno le somme di questo gigantesco impiego di risorse, destinate alle più varie – e, talora, incomprensibili – allocazioni9. Tant’è vero, che l’Italia soffre ancora di una non-crescita.

  1. V., ad esempio, quanto affermato dalla Presidente di Confindustria Veneto Est, Paola Carron, nel corso di una recente assemblea dell’associazione. Si tratta di sollecitazioni ricorrenti, ripetitive, destinate a non ricevere mai una risposta adeguata, per le ragioni indicate – non c’è alcuna supponenza, sebbene il riscontro di una analisi dettagliata e di uno studio rigoroso della realtà – nel mio Il mito del buon governo, Jovene, Napoli, 2022, e, da ultimo, in Autonomia differenziata. Materiali controcorrente, Giappichelli, Torino, 2025. Certo, prima di parlare, sarebbe necessario riflettere criticamente sui dati offerti dall’esperienza. Ma questo è un altro discorso. ↩︎
  2. E, francamente, fondamentale – almeno sulla carta – Legge 7 agosto 1990, n. 241, recante “Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi”. Avrebbe dovuto e dovrebbe garantire – come si può comprendere scorrendo quel che, tra un istante, sarà indicato nel testo – rigore e semplicità nell’azione amministrativa, nonché l’evidenza delle ragioni sottostanti. Tuttavia, non è così. Per cui, mi vedo costretto ad affermare – ad esempio, quanto a questo secondo aspetto, riguardante la trasparenza – che il principio della segretezza è di là da morire. È evidente che, così facendo, si realizza una netta inversione di ruoli nel rapporto cittadino-sistema di potere: perché, quel che conta, è il potere, che va protetto, in nome di un formale e mitico interesse pubblico, anche in presenza di indiscutibili opacità. Soccorre la retorica del ragionamento formale: più precisamente, formalistico. ↩︎
  3. La riforma costituzionale Boschi-Renzi si era proposta di fare altrettanto con le sentenze della Corte costituzionale. ↩︎
  4. P. Calamandrei, La funzione della giurisprudenza nel tempo presente, ora in Studi sul processo civile, vol. VI, Cedam, Padova, 1957, 102. ↩︎
  5. Nonostante il decorso del tempo, le amministrazioni delle Regioni del Sud sono ferme al palo. E non è infrequente che l’entità della spesa sostenuta sia inversamente proporzionale alla sua qualità: v., da ultimo, Allarme sui costi delle degenze. È un’Italia a doppia velocità, in il mattino di Padova, 2 dicembre 2025, 9, sulla scorta dei dati Agenas. Ad esempio, al Papa Giovanni XXIII di Bergamo il costo giornaliero è di euro 374; all’Ospedale Vanvitelli di Napoli di oltre 1.300. Dipende dalla “secessione dei ricchi” anche questo (l’espressione è di Gianfranco Viesti), secondo l’illuminato pensiero di qualche meridionalista contemporaneo: di I. Sales, La pre-intesa Calderoli crea due cittadinanze, in il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2025, 13? ↩︎
  6. V., in particolare, il n. 6/2025 di questa rivista, 6-7. ↩︎
  7. G. Abignente, La riforma dell’amministrazione pubblica in Italia (Questioni urgenti), Laterza, Bari, 1916, VIII. ↩︎
  8. Ivi, IX. ↩︎
  9. La prova provata che i divari tra Nord e Sud rimangono inalterati (la Costituzione è in vigore da 77 anni!) è offerta dall’indagine annuale de Il Sole 24 Ore, relativa alla Qualità della vita, i cui risultati sono stati esposti nel numero del 1° dicembre 2025, 13 ss. Le prime città classificate sono Trento, Bolzano e Udine. In coda, Crotone, Siracusa e Reggio Calabria. Come sempre e – mi vien voglia di dire – per sempre, dal momento che vale quel che ho ripetuto, fino alla noia, anche nelle pagine di questa rivista, riprendendo il pensiero di Giuseppe De Rita. Il quale ha osservato che “I meridionali sono portatori di una cultura giuridica che prevede il primato della forma sul contenuto. Il risultato non conta” (in G. De Rita-A. Galdo, L’eclissi della borghesia, Laterza, Roma-Bari, 2011, 28). Guai a dirlo; ma è un’ipoteca sull’intero Paese, che pregiudica l’avvenire. ↩︎

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