Osservare il presente per orientarsi tra rischi e opportunità future

Scenari Futuri

di Ivano Maccani e Denise Boriero

La popolazione mondiale, che negli anni ‘20 del secolo scorso era pari a quasi 2 miliardi di persone, ragguagliata agli oltre otto miliardi di oggi, è più che quadruplicata in un secolo. Se fino agli anni ‘50 possiamo osservare una crescita costante, successivamente possiamo notare un calo progressivo del tasso di fertilità. In particolare, a partire dagli anni ‘70, il trend si è invertito con conseguenti effetti sulla popolazione che risulta essere in calo quasi ovunque. In effetti, in molti Paesi il numero medio di figli partoriti sta scendendo o è già sceso sotto il c.d. tasso di sostituzione, il quale corrisponde a 2,1 figli per ciascuna donna. In Italia, siamo già sotto soglia (1,21).
Secondo un’analisi dell’ONU, da qui al 2050, prendendo in considerazione la fascia di età tra i 25 e i 49 anni, la popolazione europea perderà il 15%, il Giappone il 20% mentre gli USA, senza l’apporto dell’immigrazione, potrebbero vedere ridotta la popolazione di 20 milioni di unità lavorative.
Puntando i riflettori sul nostro Paese, secondo i dati forniti da ISTAT, nel 2050 il progressivo declino demografico comporterà un calo di popolazione di oltre 4 milioni di unità. In particolare, da 59 milioni di inizio 2023 si arriverà a 54,8 milioni di abitanti nel 2050 e 46 milioni nel 2080. Se da un lato la longevità in Italia risulta essere al top dopo il Giappone, dall’altro la fecondità risulta essere tra le 10 più basse al mondo.
A titolo esemplificativo, le ragioni del basso tasso di fecondità andrebbero ricercate, a giudizio degli esperti, nel progressivo afflusso delle famiglie dalle campagne alle città, in un numero minore di matrimoni, nella tendenza ad avere figli in età più avanzata anche a causa di un’aspettativa di vita più lunga, più istruzione e maggiore occupazione femminile, nei costi da sostenere per la crescita dei figli, nella mancanza di sostegni, in un senso diffuso di isolamento e nell’aumento dello stress.
Gli effetti negativi della tendenza alla bassa fecondità impattano pesantemente sul contesto economico-sociale. Entro il 2050 avremo il 22% in meno di giovani in età attiva (la fascia 25/49 anni); entro il 2040, il numero di persone in età lavorativa si ridurrà di circa 5 milioni di unità. Secondo la Banca d’Italia, a parità di tassi di occupazione, orari di lavoro e produttività oraria, tale calo della popolazione in età da lavoro comporterà una contrazione del PIL dell’11%. I dati attuali e ancor più le proiezioni future non sono pertanto confortanti.
Allo stesso tempo, grazie ai progressi della medicina e ai migliori stili di vita, aumenta la popolazione in età avanzata. La generazione del boom economico sta invecchiando ed attualmente nel nostro Paese ci sono 16 milioni di persone con più di 65 anni ed oggi l’età media degli italiani è pari a 46,8 anni. Le previsioni ISTAT ci dicono che entro il 2040 le persone in età lavorativa si ridurranno di circa 5 milioni di unità; nel 2050 gli over 65 saranno 22 milioni, mentre le persone con meno di 34 anni 11 milioni. All’inizio del 2025 possiamo contare nel nostro bel Paese oltre 10 milioni di lavoratori over 50, vale a dire il doppio rispetto a 20 anni prima. Pare che vivremo 20 anni in più rispetto al 1948, previsione sulla quale va fatta una riflessione attenta in termini di strategie future, considerato che un anziano costa al servizio sanitario nazionale più di cinque volte rispetto ad un giovane. In particolare, secondo il rapporto Ambrosetti, la spesa sanitaria per gli over 65 è pari a circa 5.058 euro mentre per i cittadini nella fascia 14/64 anni arriva a 1.318 euro. Pertanto, se come sta avvenendo, ad aumentare non sono le nascite ma gli anni vissuti, si incrementeranno esponenzialmente spese sanitarie e pensionistiche, con contestuale riduzione del numero dei futuri cittadini produttivi, quelli che in futuro potranno pagare le tasse indispensabili per alimentare il sistema pensionistico e quello sanitario.
A questo punto, con un mercato del lavoro sempre più condizionato da denatalità, gap di competenze e bassa produttività, sorge spontanea la riflessione su chi sosterrà il welfare, in particolare chi pagherà le pensioni e l’assistenza sanitaria. La longevità, infatti, impatterà negativamente soprattutto sulla sanità e sul sistema pensionistico che nel solo 2025 assorbirà 344,4 miliardi di euro, vale a dire il 75% rispetto alle spese complessive per il sociale ed una percentuale pari al 15,3% del Pil, con una previsione del 17% per il 2040.
Le previsioni ci dicono che già nel 2028 la domanda di lavoro sarà superiore all’offerta per oltre 1 milione di posti. Sempre in Italia, nel 2050 il rapporto tra pensionati e lavoratori sarà di uno a uno.
A fronte di queste tendenze, di questo processo al momento inarrestabile che sta ridisegnando il volto soprattutto delle società occidentali ed i loro modelli sociali, è necessario mettere in campo alcune strategie a lungo termine. Ad esempio, serve investire sull’integrazione delle persone che vengono a lavorare nel nostro Paese, fornendo loro più competenze. Va rilevato che l’Italia è il Paese, tra quelli più evoluti, con la più bassa quota di immigrati laureati.
È pertanto necessario sviluppare delle policy efficaci per aumentare e coinvolgere l’immigrazione regolare che può fornire un contributo fondamentale, in particolare nei due settori chiave del turismo e delle costruzioni.
Andrebbe inoltre invertito il trend degli italiani che si trasferiscono in altri Paesi, considerato che negli ultimi 10 anni ne sono emigrati 700.000, un quinto dei quali giovani laureati. In soli 2 anni, nel biennio 2022-2023, quasi 100.000 giovani connazionali hanno lasciato il nostro Paese, mentre ne sono rientrati solo 37.000.
Le motivazioni di questo esodo vanno ricercate nella speranza di carriere più veloci, di maggiore autonomia e un più concreto coinvolgimento nei processi organizzativi e produttivi, di salari più alti od opportunità di studio e formative.
Secondo le stime della Fondazione Nord-est il valore annuo di questa emorragia di risorse ammonterebbe ad alcune decine di miliardi di euro, il tutto a favore dei Paesi di destinazione e a scapito del nostro.
Servirebbe necessariamente una maggior capacità di trattenere e far rientrare i giovani, in particolare quelle menti più brillanti che scappano all’estero, tramite adeguati incentivi che li convincano a rimanere o ritornare in Italia, attraendo contestualmente giovani laureati di altri Paesi tramite salari più allettanti e favorendo la nascita di nuove imprese. Con riferimento a tale ultimo auspicio va segnalata la decisione del Consiglio Europeo della Ricerca di aumentare il sostegno finanziario ai ricercatori intenzionati a trasferirsi in Europa.
Andrebbe inoltre stimolata una maggiore occupazione femminile, di gran lunga inferiore a quella maschile, che in Italia presenta uno tra i peggiori tassi a livello internazionale. A tal proposito va evidenziato che, secondo uno studio della Banca d’Italia, “non vi è contrapposizione tra occupazione femminile e procreazione” atteso che nei Paesi più sviluppati il tasso di fecondità risulta essere maggiore ove è più alta la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. In sostanza, è necessario aumentare i tassi di occupazione di donne e giovani e prevedere degli strumenti di supporto alla genitorialità.
Una riflessione va inoltre riservata al c.d. welfare familiare, considerati i cambiamenti intercorsi con il passare del tempo e l’evoluzione della società. Non molto tempo fa le famiglie allargate erano diffuse e c’era una forte solidarietà tra componenti dei nuclei familiari. Oggi, con la progressiva delocalizzazione dei figli e nipoti in altri territori del nostro Paese o all’estero, difficilmente gli anziani potranno essere assistiti dai loro familiari. Non solo, un terzo delle famiglie risulta essere unipersonale.
Altra considerazione riguarda la capacità di aziende e Pubbliche amministrazioni di gestire, sotto il profilo dell’ambiente di lavoro, la presenza contestuale di generazioni oggettivamente diverse tra loro, favorendone un’armoniosa ed efficace collaborazione.
Ci si chiede, inoltre, se imprese e Pubbliche amministrazioni siano già pronte ad affrontare la sfida connessa al crescente, soprattutto in prospettiva, fenomeno della presenza di lavoratori sempre più anziani che di massima non hanno mai cambiato azienda negli ultimi 10 anni. Per rendere o mantenere l’organizzazione sostenibile e competitiva, tali fenomeni devono essere affrontati in modo strategico, anche tramite un ridimensionamento di leadership e governance, tenendo conto delle caratteristiche dell’intera popolazione aziendale in chiave intergenerazionale.
Numeri alla mano, partendo dalla considerazione che gli anziani devono essere considerati una risorsa e non un fardello, la sfida sarà quella di creare un sistema per supportare le strategie di longevità sostenibile mettendo al centro qualità della vita, qualità delle relazioni, qualità dei consumi e qualità del lavoro.

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