Luglio – Agosto 2025

Editoriale

Guardare avanti non significa sempre progredire

di Mario Bertolissi

Ennio Flaiano è stato – se si può dire così – molte cose. Certamente, un autore eclettico e un maestro di ironia: parola, che ha molto a che fare con la saggezza. Non a caso, uno storico del diritto, che fu giudice e Presidente della Corte costituzionale, ebbe a segnalare (più precisamente, a denunciare) “la perdita della dimensione sapienziale del diritto”1. L’ironia consiste in un “atteggiamento di bonaria irrisione, di superiore distacco dalle cose, di chi coglie l’aspetto ridicolo o paradossale o banale di una situazione, di un’affermazione”2. Questa è una sensazione, che si può agevolmente dimostrare, attraverso il richiamo di un termine (che, a volte, diviene predicato verbale) capace di creare suggestioni. Detto, fatto. Si deve semplificare, si può semplificare, si è semplificato.
Ne ho fatto cenno3. Ma – d’ora in poi, con qualche breve scritto –, vorrei chiarire al lettore (che è un libero professionista o un imprenditore; innanzi tutto, un cittadino) quanto fuorviante sia ritenere che semplificare è possibile; che la semplificazione è a portata di mano, magari facendo ricorso – come qualcuno ha suggerito di recente4 – a una task force. Espressione beneaugurante, a patto di non verificare i risultati, che di solito sono assai meno lusinghieri di quel che avevano lasciato intendere allettanti promesse.
Ma che cosa ci ha suggerito, a proposito dei cambiamenti, delle innovazioni, delle conquiste, del sol dell’avvenire e via dicendo, Ennio Flaiano? Se ne è uscito con una sorta di iperbole, di manipolazione del linguaggio, di vero e proprio cortocircuito dell’intelletto, denso però di verità, come può esserlo un aforisma: “Anche il progresso, divenuto vecchio e saggio, votò contro”5. La spiegazione l’ha data – indirettamente, ma con esemplare chiarezza – un maestro della scienza della politica, Giovanni Sartori, che in tempi non sospetti ebbe l’ardire e l’onestà intellettuale di sostenere che tutti “siamo stupidi, e anzi più stupidi che mai”6.
Non se ne accorge, soprattutto, chi preferisce, alla concretezza e al metodo empirico, dialogare sui massimi sistemi; dedurre, argomentare, confondendo l’essere (ciò che si è e si è capaci di fare) con il dover essere (ciò che si dovrebbe essere e si dovrebbe essere in grado di fare). Ed anche a questo proposito, non mancano i maestri. Quelli veri, che si sono preoccupati di avvertirci del fatto che “c’è una tale differenza tra come si vive e come si dovrebbe vivere, che colui il quale trascura ciò che al mondo si fa, per occuparsi invece di quel che si dovrebbe fare, apprende l’arte di andare in rovina, più che quella di salvarsi”7.
Lascio perdere8 quel che sta accadendo in un Mondo globale, che non ha globalizzato un bel niente, salvo rendere giganteschi i problemi di più minuta dimensione ed irrilevanti, addirittura, gli Stati. Osservando l’Italia, tra passato ed avvenire, non si possono trascurare quantomeno due dati: che riguardano il debito pubblico ed i giovani, sui quali incombono gli apparati pubblici. Ciò che è stato ed è l’ipoteca più cruda e crudele, che grava sul Paese.
Giuliano Amato si è chiesto: “Che errori abbiamo fatto in tanti anni di riforme? E che cosa non abbiamo fatto che invece servirebbe?”9. Per parte sua, Ugo La Malfa era dell’opinione che “le riforme italiane in genere diventano controriforme”10. Mentre Luigi Einaudi si è sforzato di “individuare le cause profonde della mancanza di solidità dei progressi compiuti”, che egli ricollegava, tra l’altro, all’“eccessivo costo dell’amministrazione” e alle “lentezze nel deliberare”11.
Perché ogni Governo, di qualunque colore, ne conviene; si prefigge l’obiettivo di andare oltre e rimane, nella migliore delle ipotesi, in “mezzo al guado”12? Mi riprometto di offrire almeno qualche chiarimento, in proposito; se non di delineare qualche cenno di risposta.

  1. P. Grossi, Mitologie giuridiche della modernità, Giuffrè, Milano, 2005, 5. ↩︎
  2. Il piccolo Rizzoli Larousse, Rizzoli Larousse, Milano, 2004, ad vocem. ↩︎
  3. Su questa Rivista, n. 6/2025, 6-7. ↩︎
  4. L’editore Urbano Cairo. ↩︎
  5. Sta in La saggezza di Pickwick. ↩︎
  6. G. Sartori, L’intelligenza decrescente, in Corriere della Sera, 15 agosto 2006, 1. ↩︎
  7. N. Machiavelli, Il Principe, versione in italiano moderno, con introduzione e note di P. Melograni, Bur, Milano, 1996, 78. ↩︎
  8. Anche se sarebbe il caso di parlarne, perché è la dannazione pure del nostro tempo: non solo del passato. ↩︎
  9. G. Amato, Qualcosa si muove nella riforma della Pa, in Il Sole 24 Ore, 1° settembre 2013. ↩︎
  10. U. La Malfa, Intervista sul non-governo, a cura di A. Ronchey, Laterza, Roma-Bari, 1977, 59. ↩︎
  11. L. Valiani, Nota introduttiva di L. Einaudi, Prediche inutili, Einaudi, Torino, 1974, VII e IX. ↩︎
  12. G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana, il Mulino, Bologna, 2020, 602 ss. ↩︎

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