Maggio 2025

Editoriale

di Ivano Maccani e Denise Boriero

Il concetto di leadership talvolta è un’espressione del protagonismo personale. In tal caso, purtroppo, la leadership diventa apparenza e questo è un problema che ricade su tutta la catena e i rapporti connessi a quella leadership. Occorre, invece, che questa sia esercitata in funzione del sistema, che ci sia l’umiltà di imparare, di ascoltare e cambiare.
In caso contrario, quando i riflettori sono invece puntati sull’individualità personale, su una certa amplificazione dell’ego personale, la leadership non può essere efficace.
Essere leader significa essere protesi verso il miglioramento continuo tramite un impegno per tirare fuori la parte migliore di sé per aiutare gli altri e il sistema a crescere. Non è da giudicare negativamente l’essere ambiziosi: anzi, tale atteggiamento, se convogliato sul “noi” e non sull’“io”, sul gruppo e sulla collettività, deve essere apprezzato. Possiamo pertanto affermare che l’umiltà rappresenta l’antidoto al protagonismo e all’interpretazione sbagliata del concetto di ambizione che deve invece necessariamente essere intesa come forma di collaborazione a favore del benessere di tutti, del sistema nel suo complesso. Non può esserci gratificazione quando uno comanda e gli altri obbediscono.
Assieme alla gratificazione economica, ce ne sono altre altrettanto importanti come la gentilezza e l’essere considerati, l’essere apprezzati anche umanamente. È finita l’idea che si possa comprare la dipendenza incrementando esclusivamente il denaro perché è cambiata la realtà e sono cambiate le motivazioni. I millenials hanno, ad esempio, bisogno di sentirsi qualcuno ed essere parte di qualcosa di più grande.
Altro fattore importante, infatti, si identifica con il concetto di empatia, vale a dire il sentire di “essere parte”. Un vero leader dovrebbe pertanto essere empatico, provare emozioni, condividerle con il suo gruppo e avere la percezione dei propri limiti.
Quando il sistema trova un senso, tutti, o comunque i più, iniziano a stare bene e talvolta il senso nasce dalle attenzioni dedicate ai dipendenti tramite il c.d. Welfare aziendale.
Recenti studi sviluppati dalla Sda Bocconi hanno messo in luce come il welfare aziendale rappresenti di fatto non solo un benefit per i dipendenti ma anche un fattore determinante per la competitività aziendale con conseguenti effetti positivi sulla stabilità occupazionale, sulla performance finanziaria nonché una leva di sviluppo per il sistema economico di un Paese. In effetti, le politiche di welfare possono stimolare la domanda di beni e servizi favorendo non solo la crescita delle imprese ma anche delle comunità circostanti.
Va precisato che il concetto di welfare aziendale non si deve identificare esclusivamente in un pacchetto di benefit ma deve andare oltre per includere l’intero ciclo di vita dei dipendenti ed i relativi loro bisogni reali.
Tra i servizi più gettonati dai lavoratori troviamo le opportunità di formazione indirizzate alla crescita professionale, quelle per incentivare il benessere fisico e culturale nonché i programmi per gestire lo stress e a favore della salute in genere.
In conclusione, possiamo affermare che la felicità si può raggiungere riuscendo ad adattare le proprie esigenze, la propria creatività, le proprie emozioni al principio di realtà che rappresenta l’unica via per renderci più consapevoli e migliori. Un dipendente ammira il leader se ha una propria identità, è coerente e fa capire esattamente che certe cose non devono essere fatte, ponendo dei vincoli e dei paletti. I veri leader, in particolare, non sono solo ciò che dicono ma soprattutto ciò che fanno, sono positivi, si rapportano con chi può dare loro una mano, hanno empatia, portano soluzioni e non problemi.
In sostanza, il leader è quella figura deputata a definire lo stile di un’organizzazione non solo individuandone gli obiettivi ma anche creando una squadra motivando i dipendenti a vincere attraverso l’empatia verso i singoli e verso l’organizzazione.

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