Editoriale
di Ivano Maccani e Denise Boriero
L’aspetto digitale caratterizza ormai tutti gli aspetti del nostro tempo, facilitando le attività quotidiane ma creando anche nuovi dubbi e nuove criticità.
Per questo motivo gli interventi sia a livello nazionale che sovranazionale sono continui.
E’ di pochi giorni fa la Raccomandazione della Commissione europea 2024/2059, pubblicata il 16 ottobre, in materia di cybersorveglianza. Con strumenti di cybersorveglianza si intendono quelle tecnologie progettate per monitorare, analizzare e raccogliere dati digitali da reti, dispositivi e sistemi informatici. L’utilizzo è il più ampio: partendo dal fine più alto della sicurezza nazionale, passando per la protezione aziendale.
Anche la tipologia di strumenti è varia: da software di monitoraggio delle comunicazioni, di registrazione di video e audio, a registratori dei tasti premuti sui dispositivi; da strumenti di sorveglianza della rete a quelli di raccolta dei dati dai dispositivi; da strumenti di geolocalizzazione e tracking ad analisi dei social media e del web.
Pur riconoscendone la necessità a fini di contrasto e prevenzione della criminalità, non possono che sorgere delle criticità in tema di privacy, di rispetto della vita privata, e del possibile utilizzo di questi strumenti per effettuare controlli di massa. Risulta dunque essenziale prevedere dei chiari riferimenti normativi uniformi, perché anche la frammentazione e la non uniformità comportano molti problemi.
Non si può inoltre non considerare il bilanciamento con i diritti fondamentali previsti sia a livello nazionale sia nella CEDU, come evidenziato anche dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia. Purtroppo, però, molti cittadini e molte aziende non percepiscono ancora la cybersicurezza come un diritto, ma solo come un problema tecnico, e sulla base di questo si rischia di cedere, più o meno consapevolmente, parte della propria vita privata.


