di Ilaria De Vito
Introduzione
Il periodo delle ferie estive è uno dei momenti più attesi dai lavoratori di tutte le età e categorie professionali per gli innumerevoli benefici che esse hanno sulla salute psicofisica degli stessi. Le vacanze sono per tutti il momento in cui finalmente ci si riposa, ci si diverte e rilassa, quel periodo che resta nel cuore delle persone come momento epico e irrinunciabile, la cui attesa sviluppa spesso una sorta di “sindrome da sabato del villaggio”. Poi arriva settembre, un mese che porta con sé la magia dei ricordi passati, ma anche la speranza di progetti futuri, passando poi ad un ottobre che segna già la cifra del fine anno, dell’autunno che in breve volgerà verso l’inverno. Così, ritornando nei luoghi abituali e alle attività della vita quotidiana, comprese quelle lavorative, si ricomincia la solita routine, dimenticando completamente il periodo delle ferie estive appena trascorso e gettandosi nuovamente nel caos del lavoro, concentrati sul proprio ruolo, sulle attività, sui compiti da svolgere e sugli immancabili obiettivi che devono essere per forza perseguiti e realizzati. Le ferie, dunque, finiscono per essere ben presto dimenticate e con esse quegli innumerevoli benefici apportati, come la riduzione dello stress associato all’attività lavorativa, generando quello che viene definito come “stress post-vacanze” – i “post-holidays blues”, come li hanno definiti alcuni studiosi americani.
Ma come mai questo potere rigenerante svanisce non appena si rientra a lavoro e alla vita quotidiana e, soprattutto, cosa possiamo fare affinché i benefici sperimentati possano accompagnarci fino alla fine dell’anno?
Il diritto alle ferie sotto il profilo giuridico e psicologico
Il termine “ferie” nel linguaggio ordinario viene utilizzato per indicare quel periodo di tempo durante il quale il lavoratore dipendente si astiene dallo svolgimento della propria attività lavorativa. Durante questo periodo il lavoratore ha la possibilità di recuperare le energie sia sul piano fisico che psicologico, allontanandosi per un po’ dalle proprie mansioni e dedicandosi ad attività ludiche e piacevoli, come praticare sport o hobby personali, passare del tempo con amici e familiari, dedicarsi alla lettura, visitare città, fare gite in barca, etc. Le ferie hanno una notevole importanza nella vita dei lavoratori e, di conseguenza, assumono rilevanza anche all’interno del nostro ordinamento giuridico, in quanto sono comprese tra i diritti costituzionalmente garantiti e irrinunciabili.
L’art. 36, comma 3 della Costituzione italiana infatti stabilisce che “il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.” L’irrinunciabilità di questo diritto da parte del lavoratore è per lui una garanzia (obbligatorietà del diritto) dal momento che il datore non potrà elargire un’indennità sostitutiva del periodo feriale, né il lavoratore potrà richiederla, tranne in particolari eccezioni1. Le ferie sono un diritto riconosciuto e tutelato anche all’interno della comunità europea. Nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, al secondo comma dell’art. 31, viene stabilito che “ogni lavoratore ha diritto a una limitazione della durata massima del lavoro, a periodi di riposo giornalieri e settimanali e a ferie annuali retribuite”. Questa norma si basa sulla Direttiva 93/104/CE2 che all’art. 7 prevede che ogni Stato membro attui le misure necessarie affinché ogni lavoratore abbia un periodo annuale di ferie retribuite pari ad almeno quattro settimane. Lo stesso periodo non può essere sostituito da un’indennità finanziaria, salvo in caso di fine del rapporto di lavoro. Il nostro Paese ha recepito tali direttive con il D.Lgs. n. 66/2003 che disciplina sia la misura di maturazione delle ferie sia la metodologia di fruizione delle stesse, prevedendo che il periodo di maturazione delle ferie nell’arco dell’anno non potrà essere inferiore alle quattro settimane, delle quali due da fruire obbligatoriamente nell’arco dell’anno di maturazione e le restanti due entro i diciotto mesi successivi, decorrenti dall’anno di maturazione, salvo diversa previsione della contrattazione collettiva (la quale potrà prevedere un periodo superiore ai 18 mesi successivi decorrenti dall’anno di maturazione). La norma prevede, inoltre, che la mancata fruizione del periodo feriale obbligatorio (due settimane nell’anno di maturazione), verrà imputata unicamente al datore di lavoro, anche nei casi in cui sia il lavoratore a non richiedere la fruizione del diritto ad egli riconosciuto. Il godimento di un periodo di ferie annuali retribuite è previsto anche dall’articolo 2 della Carta sociale europea e dall’articolo 8 della Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori. L’art. 2109 del Codice Civile, rubricato “Periodo di riposo”, prevede, infine, che “il prestatore di lavoro ha diritto ad un giorno di riposo ogni settimana, di regola in coincidenza con la domenica. Ha anche diritto, dopo un anno d’ininterrotto servizio, ad un periodo annuale di ferie retribuito, possibilmente continuativo, nel tempo che l’imprenditore stabilisce, tenuto conto delle esigenze dell’impresa e degli interessi del prestatore di lavoro. La durata di tale periodo è stabilita dalla legge, dalle norme corporative, dagli usi o secondo equità. L’imprenditore deve preventivamente comunicare al prestatore di lavoro il periodo stabilito per il godimento delle ferie. Non può essere computato nelle ferie il periodo di preavviso indicato nell’art. 21183”.
Le ferie, quindi, sono un diritto inviolabile e irrinunciabile e hanno come fine quello di tutelare la salute dei lavoratori, permettendo un recupero e un reintegro delle energie psicofisiche, ma anche una migliore conciliazione delle attività lavorative con quelle di vita privata. Tuttavia, diversamente da quanto accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta quando le vacanze degli italiani corrispondevano alla “villeggiatura” delle quattro settimane, diretti verso le spiagge libere affollate dove si stava tutti assieme, dove al mare di domenica ci si arrivava con ogni mezzo, in moto o in vespa o prendendo d’assalto le corriere e le carrozze dei treni per il litorale sia nel nord che nel sud del Paese o quando si facevano quelle lunghe e interminabili file in automobile per il litorale con le macchine cariche di valigie, oggi assistiamo a delle ferie estive il più delle volte frammentate, brevi e finalizzate a obiettivi differenti rispetto a quelli per cui sono state istituite. Poche, infatti, sono oggi quelle persone che si ritagliano degli spazi propri, praticando ad esempio attività sportiva o stando in compagnia degli amici o riposando quanto basta per ricaricarsi dopo un anno interamente dedicato al lavoro e alla consueta vita quotidiana. Le ferie di agosto, istituzione italiana dal Secondo Dopoguerra, tra partenze col bollino rosso, spostamenti continui, fusi orari diversi e il tutto esaurito per alberghi, lidi, bar e ristoranti, per milioni di italiani sono oggi tutt’altro che “rigeneranti”, con il rischio che il rientro alla vita di sempre possa diventare particolarmente difficile. Oggi è cambiato il modo di vivere il tempo e di usufruire delle situazioni di svago (Baier, 2000), così come è cambiato il modo di affrontare il periodo delle ferie. Si tratta di un tempo consumato e digerito in fretta, esattamente come digerite e ben presto dimenticate sono le ferie, che non appena si rientra nei rispettivi ambienti di lavoro, vengono archiviate come se non fossero mai esistite. Ma quando un’esperienza così salutare, come dovrebbe essere quella della vacanza, non solo non viene vissuta come andrebbe fatto (si pensi ad esempio a tutti coloro i quali continuano a lavorare anche durante le vacanze), vale a dire all’insegna dell’ozio, del non far nulla, del vivere e lasciarsi vivere ma addirittura è presto dimenticata, il rientro a lavoro e la ripresa delle attività quotidiane può diventare ancora più stressante, poiché il periodo di ferie non ha portato ad alcun beneficio o miglioramento desiderato. C’è poi un altro fattore da considerare che è quello relativo alla qualità del lavoro svolto. Quanto più un’organizzazione è capace di promuovere e mantenere elevato il livello di benessere fisico, psicologico e sociale di ciascun lavoratore, in ogni contesto occupazionale, tanto più si avranno degli effetti positivi sulla salute dei dipendenti e sulla produttività aziendale. In termini di benessere organizzativo, questo si traduce in maggiore soddisfazione riposta nell’organizzazione da parte dei lavoratori, voglia di impegnarsi, sensazione di far parte di un team, voglia di recarsi a lavoro, elevato coinvolgimento, percezione di equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, gradimento delle relazioni interpersonali instaurate sul posto di lavoro, fiducia e stima nel management, mentre dal punto di vista di benessere del personale (salute psicofisica dei lavoratori) ciò diventerà una risorsa per la crescita ed il potenziamento delle capacità individuali e di gruppo. Se, quindi, il luogo di lavoro fosse un luogo “sano”, con politiche gestionali, finalizzate, ad esempio, a mantenere sani gli ambienti di lavoro, monitorare i fattori di rischio per la salute dei lavoratori, migliorare la comunicazione e la condivisione a tutti i livelli, le ferie non verrebbero vissute come l’unica occasione per ritrovare il proprio benessere quanto piuttosto come esperienza di vita, momento di relax e divertimento, occasione per ritrovare amici e parenti e stare insieme, per dedicare del tempo a se stessi e alle proprie passioni. Come afferma lo psicologo, divulgatore e professore all’Università della Pennsylvania “le vacanze non dovrebbero essere un momento per rigenerarsi. Dovrebbero essere un momento per celebrare. Se il lavoro esaurisce le persone al punto che queste utilizzano il proprio tempo libero per riprendersi, forse c’è una cultura del burnout alla base. Un’organizzazione sana non prosciuga le persone”4. Pertanto, relegare il benessere dei lavoratori al solo periodo delle ferie estive (solitamente della durata di 3-4 settimane) non è sufficiente per mantenere “in salute” i propri dipendenti, senza impegnarsi nella restante parte dell’anno a creare condizioni e situazioni di lavoro gratificanti, sicure e stimolanti per i lavoratori. Il benessere organizzativo dovrebbe essere considerato invece come una vera e propria strategia aziendale, con l’obiettivo di massimizzare l’utile attraverso l’ottimizzazione dei flussi e delle procedure gestionali, ma anche di promuovere la salute sui luoghi di lavoro (WHP). D’altronde il diritto alla salute è riconosciuto a pieno titolo, non solo dalla carta costituzionale, bensì anche dalla novella codicistica di cui all’articolo 2087 del Codice Civile, rubricato “Tutela delle condizioni di lavoro”, che sancisce l’obbligo da parte del datore di lavoro di tutelare, con tutti i mezzi possibili, la salute psicofisica dei dipendenti e la loro personalità morale. Pertanto, il diritto alle ferie deve essere considerato meramente come un modus esecutivo della tutela, il cui onere applicativo è riconosciuto in capo al datore di lavoro che, insieme all’intera organizzazione, dovrebbe occuparsi a 360° del benessere dei propri dipendenti, concedendo loro anche del tempo per riposarsi e ritagliarsi occasioni di recupero, anche al di fuori delle settimane dedicate alle ferie, intervallando quindi periodi di performance a periodi di tranquillità5.
Conclusioni
Un ambiente poco stimolante e poco gratificante rende ancora più difficile il rientro a lavoro dopo un’interruzione più o meno lunga. Per alcuni, infatti, il rientro a lavoro dopo la pausa estiva è vissuto con noia, nostalgia, talvolta addirittura timore e angoscia e questo perché, almeno nel nostro Paese, molto spesso il lavoro non coincide con un “valore”, oppure è esercitato in condizioni così insoddisfacenti da allontanare (Bowling, Eschleman, Wang, 2010) le persone che devono “lavorare per vivere”. Subentra in questi casi quella che gli esperti definiscono come “blues post-vacanza”, ovvero la depressione post-vacanza, una condizione psicologica transitoria che si manifesta solitamente al ritorno dalle vacanze, ma che può condizionare la prestazione lavorativa, nonché la salute dei dipendenti a causa di sintomi fisici e psicologici quali stanchezza, tristezza, irritabilità e sbalzi d’umore, ansia, stress e depressione. Quando, invece, tra lavoratore e organizzazione vige un sano contratto psicologico (Makin, Cooper, Cox, 1996), il rientro a lavoro dopo le ferie sarà legato ad aspettative positive, ovvero quelle di ritrovare un luogo familiare, in cui poter esprimere le proprie capacità e dal quale trarre la motivazione e la spinta per andare avanti, crescendo non solo come professionisti ma anche come persone. Nel mezzo delle due categorie di dipendenti ci sono quelle persone che non sanno se al termine del periodo estivo troveranno ancora un lavoro e, quindi, più che rientrare a lavoro si dovranno impegnare a reinventare un lavoro, con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano fisico, mentale e relazionale. E dato che il tessuto delle imprese italiane è soprattutto costituito dalle cosiddette piccole e medie imprese, oggi questa realtà è più unica che rara, una realtà che comporta il passaggio diretto dal lavoro al non-lavoro, senza mezzi termini, senza grande utilizzo dei cosiddetti “ammortizzatori sociali” e soprattutto con un grande senso di disorientamento, incredulità e spaesamento da parte dei lavoratori.
Da un lato, quindi, l’interruzione dall’attività lavorativa può essere vista come una condizione di allontanamento dalla routine quotidiana e da un ambiente lavorativo insoddisfacente e poco gratificante che contribuisce, senza ombra di dubbio, a rendere più traumatico il rientro, causando nei dipendenti sentimenti di tristezza, ansia, irritabilità e mancanza di energia. Questo accade perché il ritorno ad una routine stressante e ad alte aspettative lavorative può generare un contrasto emotivo significativo. Se poi all’idea di vacanza la persona attribuisce un’aspettativa eccessiva di felicità e relax che poi non corrisponde alla realtà, si genera ancora più delusione, sentimento col quale poi il lavoratore inevitabilmente riprenderà a lavorare. In questo caso, quindi, riprendere a lavorare dopo un periodo di ferie o di riposo può provocare un disagio che può essere amplificato se una persona è già soggetta a stress lavorativo. Dall’altro lato oggi assistiamo il più delle volte a delle ferie non solo frammentate, scaglionate e brevi, ma anche finalizzate a molteplici obiettivi, oltre a quello classico del riposo e del relax. Ma il multitasking non è sempre amico della nostra salute. L’American Psychological Association (APA) in uno studio recente ha confermato quanto in realtà eseguire più compiti contemporaneamente solo apparentemente dà l’idea di efficienza. In realtà si ottiene un impatto negativo sulla qualità delle cose che stiamo facendo e sulla salute del soggetto. Saltellando da un compito ad un altro, infatti, il cervello viene sottoposto a un carico mentale doppio, generando quale effetto collaterale sintomi legati alla stanchezza, allo stress e alla frustrazione, per aver lasciato inconclusi uno o più compiti. In tali condizioni, la vacanza anziché essere rigenerante diventa ancora più stressante, rendendo il rientro a lavoro particolarmente faticoso.
Per concludere, come afferma il dott. Carl Simontont “ognuno è responsabile della propria salute o malattia in ogni momento ed essere partecipe indica il ruolo vitale che ognuno svolge per creare il proprio livello di salute”. È fondamentale, quindi, prendersi cura di sé, investendo sulla propria salute tutto l’anno e soprattutto accettando di rallentare il ritmo durante la pausa estiva, prendendo le distanze dalle situazioni, scaricando lo stress accumulato, in modo da non rientrare a lavoro carichi di emozioni negative e tensioni. Ma è altrettanto fondamentale che le organizzazioni siano in grado di prendersi cura del benessere dei propri dipendenti, garantendo un clima positivo e umano, che abbia potere rigenerante ogni giorno dell’anno, legittimando anche i cosiddetti “momenti morti” e le occasioni di recupero anche al di fuori delle settimane dedicate alle ferie.
Bibliografia
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- Cavallini, B. (2022). “Se le ferie diventano nemiche della salute psicologica”. Il Sole 24 Ore, Se le ferie diventano nemiche della salute psicologica – ilSole24ORE.
- Cozzolino, A. (2017). “Il diritto alle ferie sotto il profilo giuridico e psicologico”. Salvis Juribus, http://www.salvisjuribus.it/ l-diritto-alle-ferie-sotto-il-profilo-giuridico-e-psicologico/.
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- Greco, A. (2018). “Ferie: quando sono monetizzabili?”, (laleggepertutti.it)
- Pompas, M. (2007), Stress, malattia dell’anima. Un viaggio dentro la coscienza per conquistare armonia e benessere con le tecniche introspettive. Milano: Tecniche Nuove.
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- Surano, D.S. (2023). “Depressione post vacanze: cause, sintomi e come si cura”, https://www.abilitychannel.tv/depressione-post-vacanze/.
- Torsello, L., & Luzi, E. (2020). “Il diritto alle ferie: dalla normativa alle problematiche attuali”, tesi il diritto alle ferie.pdf (univpm.it)
- Le ferie sono un periodo di assenza, garantito dalla Costituzione, finalizzato al recupero psicofisico del lavoratore. Esse rappresentano un diritto involabile e irrinunciabile, pertanto il lavoratore non può scegliere di rinunciare alle proprie ferie dietro pagamento di un corrispettivo in denaro (divieto di monetizzazione delle ferie). Tuttavia può succedere che il lavoratore dipendente non riesca ad usufruire dei giorni di ferie accumulati durante l’anno e allora in tal caso lo stesso potrà far valere il diritto al pagamento della cosiddetta indennità sostitutiva o indennità di ferie non godute. ↩︎
- Parzialmente modificata dalla 2000/34/CE, in riferimento ad alcuni settori ed attività, come quello dei lavoratori marittimi. ↩︎
- In questo articolo si fa riferimento al periodo di preavviso che deve essere osservato sia dal datore di lavoro che dal lavoratore stesso, nel caso in cui una delle due parti voglia recedere dal contratto di lavoro a tempo indeterminato. ↩︎
- Cfr. B. Cavallini (2022). “Se le ferie diventano nemiche della salute psicologica”. Il Sole 24 ore. ↩︎
- Una ricerca condotta dallo scienziato comportamentale K. Anders Ericsson ha messo in evidenza che i migliori performer non sono quelli che si allenano di più in termini di tempo, ma coloro i quali si allenano con attenzione, si concentrano su un lavoro di alta qualità e in blocchi da 60 a 90 minuti separati da brevi pause, vale a dire con un allenamento a intervalli. Partendo da queste osservazioni e conducendo diversi studi in ambito lavorativo, Ericsson elaborò la sua teoria sull’approccio basato sull’intervallo per la giornata lavorativa secondo la quale, indipendentemente dal settore o dal tipo di lavoro, cicli ripetuti di lavoro intenso e altamente focalizzato, seguiti da brevi pause, sembrano produrre le migliori prestazioni. ↩︎


