Sostegni (ter) in aiuto delle filiere agricole colpite da peste suina, aviaria e dai blocchi di movimentazione, con un occhio allo spreco alimentare e alla semplificazione delle pratiche enologiche

di Olga Bussinello

La legge n. 25 del 28 marzo scorso, pubblicata lo stesso giorno nella Gazzetta Ufficiale n. 73 ed in vigore dal giorno successivo, stanzia 50 milioni di euro per la suinicoltura e 40 milioni di euro per il “Fondo per lo sviluppo ed il sostegno delle filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura”a sostegno degli operatori della filiera avicola. Vengono, inoltre previste semplificazioni per lo svolgimento di operazioni di assemblaggio delle partite di vini IGP e misure di contenimento dello spreco alimentare.
Inserite in corsa, le misure a sostegno del comparto agricolo cercano di allentare le preoccupazioni delle filiere vessate dalle emergenze economiche e sanitarie. Se, infatti, il Covid 19 e il caro energia hanno pregiudicato vendite e guadagni di molti comparti agricoli, per gli operatori delle filiere avicola e suinicola, l’aviaria e la peste suina africana (PSA), rischiano anche di compromettere alcune produzioni di qualità. Lo spreco alimentare richiede misure adeguate e le modifiche al T.U. del vino lasciano sul tavolo alcuni nodi da sciogliere.

Filiera suinicola e PSA

I fondi a ristoro

Come detto, la legge in commento, all’articolo 26, introduce misure e risorse a indennizzo delle aziende più intensamente danneggiate dal diffondersi del virus animale della peste suina africana nel nostro Paese. Le risorse, pari a 50 milioni di euro, sono suddivise in 15 milioni di euro per il 2022, a valere sul “Fondo di parte capitale per gli interventi strutturali e funzionali in materia di biosicurezza” (Fondo di parte capitale), e in 35 milioni di euro, sempre per il 2022, a valere sul “Fondo di parte corrente per il sostegno della filiera suinicola” (Fondo di parte corrente).
Il primo Fondo sarà destinato al rafforzamento degli interventi strutturali e funzionali in materia di biosicurezza, con occhio attento alla normativa nazionale ed europea, e sarà ripartito, con un successivo Decreto del Mipaaf, tra le Amministrazioni locali interessate dal problema. I criteri dovranno tenere conto: della consistenza suinicola dell’area, dell’adozione di specifiche pratiche etiche (riduzione dell’uso delle gabbie) da parte delle aziende e del numero delle strutture produttive a maggiore rischio, comprese quelle ad uso familiare e che praticano l’allevamento semibrado. Verrà attribuita priorità alle aree colpite dalla PSA e conseguentemente delimitate ed ai comuni limitrofi alle zone interessate dai provvedimenti di blocco alla movimentazione degli animali.
Il Fondo di parte corrente, invece, servirà ad indennizzare gli allevatori colpiti dalle restrizioni sulla movimentazione degli animali e dalla riduzione della commercializzazione dei prodotti derivati. Con un successivo provvedimento ministeriale verranno definiti i criteri e le condizioni per l’erogazione dei contributi a sostegno dei danni subiti in relazione alla dimensione ed all’impatto economico degli stessi. Resta ferma la verifica del rispetto dei limiti al cumulo dei contributi che, secondo la normativa europea, non devono superare il tetto annuo del “De Minimis” nel settore agricolo e agroalimentare, ora rivisitata dal Temporary Framework introdotto a seguito del Covid 19.
Sono necessarie alcune precisazioni.
Innanzitutto, gli interventi strutturali e funzionali in materia di biosicurezza fanno riferimento a spese specifiche, sostenute per staccionate elettriche, recinzioni in metallo rafforzato o per dissuasori sonori che proteggano gli animali allevati dal contatto con le specie selvatiche potenzialmente infette. Non è, quindi, previsto l’uso di gabbie a scopo cautelativo, anzi il suo abbandono è fra le condizioni di priorità nell’accesso ai ristori. L’inserimento nella legge di una specifica premiante  per la realizzazione di progetti volti all’abbandono dell’uso delle gabbie rientra, infatti, nel più ampio processo di revisione della normativa sul  benessere degli animali, incluso nella  strategia Farm to Fork (F2F) (dal produttore al consumatore) dell’Unione Europea, che mira a rendere le pratiche agricole più sostenibili attraverso una politica alimentare integrata che coinvolga l’intera filiera produttiva. Nello specifico, la “Fine dell’epoca delle gabbie” è un’iniziativa che parte dal basso, sottoscritta da 1,5 milioni di cittadini europei e caldeggiata da 170 organismi, circostanza questa che ha spinto il Parlamento UE a velocizzare il processo, incaricando l’EFSA (European Food Safety Authority) di fornire il supporto scientifico necessario. Tornando all’Italia e sempre sotto il profilo tecnico, a coadiuvare il lavoro del Governo in materia di biosicurezza e nella fissazione dei criteri a cui attenersi, c’è il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita (CNBBSV), con competenze che spaziano dall’elaborazione di linee di indirizzo scientifico, produttivo e di sicurezza sociale sino alla consulenza in ambito nazionale e comunitario. Il Comitato svolge anche un ruolo di coordinamento ed armonizzazione di iniziative ed attività ministeriali e collabora alla definizione della posizione italiana in campo comunitario ed in campo internazionale, in materia di biosicurezza, biotecnologie e scienze della vita.
Da rilevare che, stranamente, nel testo della legge manca un termine perentorio entro cui adottare i provvedimenti ministeriali che daranno il via all’attuazione delle misure e alla conseguente attività di dettaglio delle autonomie territoriali.
Infine, due parole sugli aiuti di Stato e le deroghe concesse nelle more della pandemia da Covid 19. Passando di proroga in proroga, con la legge in commento si riconferma la possibilità di superare il limite massimo di 225 mila euro annui fissato per singola impresa agricola ed arrivare alla soglia dei 290 mila euro entro il 30 giugno 2022. L’ultima proroga è stata recepita dalla decisione n. 171/2022 della Commissione Europea che ha nuovamente modificato il “Quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del COVID-19” (Temporary Framework).

La Peste Suina Africana

Si tratta di una malattia virale che colpisce suini e cinghiali, è altamente contagiosa e spesso letale per gli animali, ma non trasmissibile agli esseri umani. La prima epidemia di PSA in Europa si è registrata nel 2014 in alcuni Paesi dell’Est dell’Unione, diffondendosi poi ad ovest in altri Stati Membri, tra cui Belgio e Germania. Nello scorso gennaio, è stato trovato un cinghiale morto di PSA in Piemonte, in provincia di Alessandria. In Italia, finora, la malattia si era manifestata solo in Sardegna, con un costante miglioramento della situazione epidemiologica. Il virus riscontrato in Piemonte è, però, diverso da quello presente in Sardegna, e corrisponde a quello circolante in Europa da alcuni anni. Già dal 2020 l’Italia ha attivato un Piano di Sorveglianza nazionale, approvato e cofinanziato dalla Commissione Europea, per fare fronte all’epidemia europea ed eradicare anche il virus che interessa la regione sarda. Per la legge comunitaria, l’Italia ha 90 giorni di tempo dalla positività del cinghiale per presentare alla Commissione Europea uno nuovo specifico Piano di eradicazione. Per evitare la diffusione del virus e contenerne gli effetti disastrosi, il Ministro della Salute d’intesa con il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e forestali, nel  febbraio 2022, ha emesso un’ordinanza che vieta l’attività venatoria e altre attività all’aperto come  la pesca e la raccolta di funghi e tartufi in alcuni comuni in Piemonte e Liguria, in quanto maggiormente interessati dalla diffusione del virus della PSA ed ha diramato una circolare per definire ulteriori misure di contenimento e contrasto all’epidemia.

La filiera suinicola (dati BDN e Associazione Nazionale Allevatori)  

Il comparto suinicolo è estremamente competitivo e strategico per l’economia agricola italiana, con una forte caratterizzazione socioculturale e tradizionale. Rappresenta, infatti, un asset fondamentale per l’alimentazione di molte regioni italiane quale ingrediente principale di piatti tipici, ovvero, fonte di approvvigionamento di importanti filiere di qualità.  Nel 2021, la suinicoltura italiana ha raggiunto un valore della produzione primaria franco azienda di circa 2,5 miliardi di euro. Gli allevamenti professionali censiti nella Banca Dati Nazionale del Ministero della Salute al 31/12/2021 (vedi tabella) sono 30.277, quelli aderenti ai circuiti DOP (principalmente Parma e San Daniele) che rappresentano circa l’80% della produzione nazionale sono 3.640 e sono presenti principalmente in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna. Gli allevamenti all’aperto (brado, semibrado) che conservano il patrimonio di biodiversità delle razze suine autoctone italiane sono circa 500. 

Allevamenti professionali censiti (Banca Dati Nazionale del Ministero della Salute al 31/12/2021)
REGIONINUMERO ALLEVAMENTINUMERO MAIALI
ABRUZZO77565061
BASILICATA35967861
BOLZANO2512625
CALABRIA63149810
CAMPANIA64879435
EMILIA ROMAGNA10991042245
FRIULI VENEZIA GIULIA813264838
LAZIO107241592
LIGURIA170740
LOMBARDIA26954423711
MARCHE802102924
MOLISE24321368
PIEMONTE14331284622
PUGLIA62633302
SARDEGNA12941178380
SICILIA168367347
TOSCANA1015119775
TRENTO665887
UMBRIA819186879
VALLE D’AOSTA67109
VENETO2069700818
TOTALE302778739329
Sostegni alla filiera avicola

La legge prevede un nuovo rifinanziamento del Fondo per lo sviluppo ed il sostegno delle filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura di 40 milioni di euro da destinare al comparto avicolo, vessato dall’influenza aviaria degli anni 2021 e 2022 che ha compromesso la macellazione e vendita delle carni e bloccato la movimentazione degli animali. Lo stanziamento in oggetto, si sostituisce a quello già previsto di 30 milioni di euro per l’anno in corso dal comma 528 dell’art. 1 della legge 30 dicembre 2021, n. 234, che viene di conseguenza modificato. Il ristoro è destinato, secondo la legge di bilancio 2022, a misure in favore della filiera delle carni derivanti da polli, tacchini, conigli domestici, lepri e altri animali vivi destinati all’alimentazione umana, nonché delle uova di volatili in guscio, fresche e conservate. Gli ulteriori 10 milioni di euro serviranno, specificamente, ad aiutare gli operatori della filiera avicola danneggiati dal blocco alla movimentazione degli animali e delle esportazioni di prodotti trasformati a seguito dell’influenza aviaria. Le risorse complessive del Fondo per l’anno 2022 sono di 80 milioni di euro.

I numeri della filiera avicola (dati ISMEA)
In Italia sono oltre 9.000 le aziende che producono carni avicole di cui oltre 6.700 sono allevamenti professionali. Di questi, il 56% del totale nazionale è concentrato in 4 regioni: Veneto (25%), Lombardia (13%), Emilia-Romagna (9%), e Piemonte (9%). L’incidenza economica del settore avicolo sull’intero comparto agricolo italiano è pari al 5,1% annuo con un valore ai prezzi di base delle carni di pollame di 2.668 mln di euro, mentre il fatturato agroindustriale vale il 4% del settore con 5.715 mln di euro annui. Nel 2021, i capi in allevamento erano 137 milioni, di cui il 65% concentrato in Veneto (31% e 42.278 capi), Lombardia (18% e 24.439 capi) ed Emilia-Romagna (16% e 22.615 capi). Gli addetti impiegati nella fase agricola sono 38.500. Nell’ultimo triennio (2019/2021) continua a crescere il numero di allevamenti avicoli professionali iscritti alla Banca Dati Nazionale, mentre resta stabile il numero di capi presenti in allevamento. Il valore delle vendite alla distribuzione retail è di oltre 2,4 miliardi di euro, pari al 3% degli incassi totali annui. I polli pesanti (63% dell’offerta) insieme ai leggeri (12%) rappresentano nel 2020 i tre quarti dell’offerta. I tacchini pesano per poco più del 23%. Nel quinquennio i polli +4% i tacchini -6%, ma nell’ultimo anno crescono più i tacchini (+4,2%) di polli e galline (1,1%) Le carni avicole sono (in quantità) le più consumate in ambito domestico. Il consumo medio annuo di carni avicole di ciascun italiano è di oltre 21 Kg. Nel primo quadrimestre 2021 le carni avicole sono cresciute più delle altre, confermando la tendenza positiva iniziata nel 2020 in fase lockdown, con un incremento delle vendite (+7,7%) nel canale retail superiore rispetto a salumi (+5,1%), ittici (+5,6%) e carni bovine (+6,2%). Tra le referenze le più dinamiche restano le carni elaborate, seguite da tagli pregiati. Da notare che la filiera avicola è l’unica tra quelle zootecniche ad avere un tasso di autoapprovvigionamento superiore al 100%, per cui il 99% del pollame che mangiamo è di provenienza nazionale. L’Italia è al quinto posto fra i produttori di carni avicole in UE con 1,39 Mln di tonnellate. Nel 2021 in Europa la produzione interna lorda di carni avicole è stata di 13.562 milioni di tonnellate (-0,9% rispetto al 2020) con un consumo totale pari a 12.048 milioni di tonnellate e medio pro-capite di 23,7 kg.
Nuove regole per il taglio dei vini IGP

Con un emendamento in fase referente viene modificato l’art. 38 della Legge 28 dicembre 2016, n. 238 (TU del vino), inserendo il comma 5 bis che consente, per i vini a IGP, le operazioni di assemblaggio delle partite o di frazioni di partita di vini finiti anche post-produzione (prodotto vinificato o mosto), con vini le cui uve provengono da aree fuori della zona di produzione fino ad un massimo del 15%, mentre minimo l’85% dell’ IGP deve essere prodotto utilizzando vini di uve coltivate nella zona di produzione. L’emendamento tocca un tema importante che in passato è già stato oggetto di confronto fra gli operatori della filiera ed il Ministero e fra il Ministero e la Direzione generale agricola di Bruxelles. Ora, però, la partita si complica a seguito della recente modifica della definizione di vini a IGP apportata alla normativa Comunitaria dal Reg. UE n. 2021/2117 (Riforma della PAC). Il provvedimento in questione, licenziato dal Parlamento Europeo e dal Consiglio il 2 dicembre 2021, ha, infatti, modificato l’art. 93, par. 4, del reg. UE n. 1308/2013, per quanto concerne la definizione di “produzione” per i vini IGP novellando il comma 4 per restringere la rosa delle pratiche enologiche ammesse. Ora, leggendo la norma UE, anche la produzione o vinificazione del 15% delle uve, provenienti da vigneti ubicati al di fuori della zona di produzione delimitata di una IGP, deve avvenire all’interno di tale zona delimitata. Ciò significa che, il 15% di prodotto che può provenire da una zona geografica diversa dalla zona geografica delimitata dall’IGP (fuori zona) deve essere costituito esclusivamente da uve e non da mosti o vini. Occorre fare qui due osservazioni. La prima pratica, poiché la modifica, intercorsa successivamente al periodo vendemmiale, cioè quando le pratiche di vinificazione erano già state concluse, rischiava di compromettere equilibri economici importanti. La seconda di prospettiva, essendo la vinificazione del 15% delle uve fuori zona una prassi tradizionale, consolidata in molti territori a vocazione vinicola, la cui revisione potrebbe compromettere un sistema organizzato e funzionale.
Consapevole di ciò, prima dell’entrata in vigore del Sostegni ter, già il Mipaaf con propria circolare del 24 febbraio 2022, ha previsto un periodo transitorio fino al 14 luglio 2022, per consentire l’utilizzo in zona di produzione delle specifiche IGP le frazioni di partite di mosti o vini atti a diventare IGP (al max 15%) ottenuti da uve elaborate fuori zona e derivanti dall’ultima vendemmia e precedenti. Sotto il profilo operativo, il Ministero fa espresso richiamo a quanto disciplinato ante recente modifica della regolamentazione europea sui vini IGP (Reg. CE n. 1234/2007 e Reg. CE n. 607/2009), vale a dire le indicazioni e condizioni fornite con la circolare ministeriale n. 16991 del 25 luglio 2012 e successive note integrative. Nello specifico il documento chiarisce vari profili. Innanzitutto, la possibilità di utilizzare uve che provengono fuori zona, fino al limite del 15%, per la produzione di vini IGP è da ritenersi generalizzata e sempre possibile, salvo espresso divieto del disciplinare di produzione. Circa la pratica enologica del “taglio” vale a dire dell’assemblaggio fra partite di vini finiti, le regole per le percentuali di prodotto fuori zona (solo nazionale) sono chiare. Primariamente, le caratteristiche qualitative e sensoriali del vinificato devono rispettare i canoni del prodotto finale in modo da garantire una impercettibilità della provenienza. È ammessa anche una deroga alle basi ampelografiche previste in zona, se sono rispettate le caratteristiche degustative e organolettiche anzidette.  Sotto il profilo della tracciabilità, occorre prestare un po’ di attenzione per le IGT con il nome del vitigno. Se in etichetta compaiono una o più varietà, non sussistono particolari problemi in quanto il prodotto finale deve provenire al 100% dai vitigni che si intendono far figurare in etichetta (in ordine decrescente, partendo da quello con percentuale maggiore). Se, invece, l’IGT è monovarietale, per garantire la tracciabilità delle produzioni e i controlli di filiera l’utilizzo dei prodotti fuori zona è da escludere se la percentuale dell’85% è già stata oggetto di taglio o assemblaggio (nel limite del 15%) con prodotti derivanti da uve di altre varietà di vite coltivate nella zona di produzione delimitata. In caso di vinificazione in purezza, invece, è possibile utilizzare il prodotto fuori zona. In etichetta compariranno i vitigni e l’annata a cui appartiene l’85% del prodotto vinificato, purché compatibili con le prescrizioni di tracciabilità dei prodotti in questione. Resterà ora da vedere se la modifica del T.U. del vino della legge n. 25/2022, da notificare quanto prima a Bruxelles e che cristallizza definitivamente la possibilità di utilizzare mosti e vini per le pratiche di assemblaggio dei vini IGP, passerà positivamente il vaglio degli uffici normativi comunitari.   

I numeri della produzione vinicola IGP italiana (fonte ISMEA)
Nel 2021 i vini IGP italiani rappresentano il 13,7% della superficie vitata italiana, occupando 93 mila ettari su un totale nazionale di 674.030.  I ricavi medi per ettaro di produzione variano da Regione a Regione: le più redditizie ad ettaro sono la Provincia autonoma di Bolzano (14.253 euro), il Friuli-Venezia Giulia (12.409 euro), la Provincia autonoma di Trento (10. 336 euro) e il Veneto (9.043 euro). Le meno appetibili sono Calabria (4.031 euro) Sardegna (3.951 euro) e Sicilia (3.886 euro).  Il volume totale della produzione sfusa nell’ultimo quinquennio è leggermente diminuito, passando da 9,3 a 8,7 milioni di ettolitri, a favore della produzione DOP che è, invece, aumentata. Lo stesso dicasi per il valore, che da 698 milioni di euro è sceso, arrivando a 661 milioni di euro. Più della metà del valore complessivo dello sfuso IGT è concentrato in 4 regioni: Puglia, Emilia-Romagna, Veneto e Sicilia. La produzione in bottiglia vale, invece, un miliardo e 774 milioni di euro, il cui 81% è suddiviso fra Puglia, Emilia-Romagna, Veneto, Sicilia e Toscana. 
Confezionamento delle carni e spreco alimentare

Per contrastare il fenomeno dello spreco alimentare, viene inserito nella legge l’articolo 26 bis, che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale. Tutte le operazioni di congelamento delle carni fresche potranno essere effettuate sino alla data di scadenza relativa al prodotto refrigerato, purché le carni da destinare al congelamento siano sottoposte ad adeguate misure di controllo igienico sanitario ai sensi degli artt. 4 e 5 del Reg. (CE) 852/2004/CE, sull’igiene dei prodotti alimentari, e correttamente identificate ai sensi del Reg (CE) 1169/2011/UE, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori. Il tema dello spreco alimentare e del suo contrasto è al centro delle politiche internazionali sulla sostenibilità dei modelli di produzione e consumo di cibo.  A tal fine il Mipaaf, nel 2017, ha istituito con il CREA un “Osservatorio sulle eccedenze, sui recuperi e sugli sprechi alimentari” con il compito di assicurare al dicastero il necessario supporto tecnico-scientifico per l’adozione di misure preventive e contenitive del fenomeno. Il CREA raccoglie ed elabora i dati forniti dalla filiera integrata (produzione, commercio, ristorazione e consumi), stilando una relazione semestrale da presentare ad apposito comitato tecnico (Tavolo per la lotta agli sprechi e per l’assistenza alimentare) oltre a produrre studi e progetti specifici di ricerca. Nel 2021, il CREA ha condotto uno studio su un campione qualitativamente rappresentativo della popolazione italiana (3000 soggetti selezionati) per valutare l’aderenza alla dieta mediterranea degli italiani, non solo per quanto attiene agli indicatori nutrizionali (proteine, amidi, grassi, zuccheri, vitamine ect) ma in generale nel quadro di un consumo alimentare sostenibile. Sono stati analizzati: le conoscenze nutrizionali, la gestione degli alimenti in casa, gli acquisti, il consumo abituale alimentare, lo spreco e gli indicatori di propensione allo stesso. In Italia, è emerso che il 50,7% della popolazione non segue Linee Guida per una sana alimentazione, soprattutto quella maschile, i giovani e chi vive in famiglie molto grandi. Chi, invece, segue le raccomandazioni nutrizionali dimostra una buona capacità di organizzazione degli acquisti, dei consumi, del riutilizzo degli alimenti e della loro sicurezza alimentare. Il 38,9% è più capace di programmare la spesa, il 40,4% di valutare quanto cucinare, ed il 35,2% evita acquisti impulsivi. Sempre il 30% del campione intervistato sa come conservare gli alimenti, riutilizzare gli avanzi e valutarne la sicurezza alimentare. Inoltre, circa la metà degli intervistati ha ricevuto una buona educazione familiare sullo spreco alimentare.

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