Diminuiamo il costo energetico!

di Giorgia Farella e Simone Franzo

Questo articolo può interessare perché:

  • fornisce suggerimenti pratici per diminuire il costo energetico;
  • illustra alcuni crediti d’imposta fruibili dalle imprese, recentemente potenziati dal governo al fine di ridurre l’impatto degli incrementi del costo energetico;
  • analizza le implicazioni derivanti da tali opportunità, suggerendo al lettore come cogliere queste ultime.
Introduzione

La recente crisi geopolitica ha esacerbato alcune delle criticità strutturali che caratterizzano il settore energetico nazionale ed europeo, determinando un (momentaneo?) ripensamento delle priorità che ne guidano l’evoluzione: ieri decarbonizzazione, oggi indipendenza energetica. Ma cosa significa?
Decarbonizzarsi significa ridurre il consumo energetico da fonti fossili, che quando bruciate (e non solo) rilasciano anidride carbonica, incrementando il surriscaldamento globale. Rendersi indipendenti dal punto di vista energetico invece significa essere indipendenti rispetto all’approvvigionamento delle risorse energetiche che si utilizzano per il soddisfacimento dei propri fabbisogni energetici, ovvero essere in grado di autoprodursi l’energia di cui si ha bisogno. Come riuscirci? Con ciò che il nostro territorio ci mette a disposizione, ovvero (poche, esauribili e – passateci il termine – “sporche”) fonti fossili e molte fonti rinnovabili.
Nel medio termine i due obiettivi quindi convergeranno, in quanto diventare “indipendenti” significherà utilizzare le principali risorse del nostro territorio – rinnovabili – con conseguente decarbonizzazione del settore energetico. La “sfida” principale è quella di perseguire questi obiettivi senza compromettere la competitività delle imprese e la possibilità per i cittadini di soddisfare le proprie esigenze energetiche, ossia attraverso una riduzione della bolletta energetica.
Tuttavia, nel breve termine, per quanto il nostro desiderio possa essere il diventare decarbonizzati e indipendenti dal punto di vista energeticoistantaneamente, non è realistico immaginare di perseguire gli obiettivi di piena decarbonizzazione e indipendenza energetica. Non è infatti possibile dall’oggi al domani installare tutta la generazione rinnovabile di cui avremmo bisogno per soddisfare i nostri consumi energetici, calmierando i prezzi dell’energia e rendendoli meno dipendenti da eventuali stress geopolitici. Nel mentre, conviene quindi agire in modo tattico e strategico per ridurre il costo energetico, agendo su tutte le leve possibili, alcune delle quali – come vedremo – messe a disposizione dal governo.

Ma quindi, come ridurre il costo energetico?

Partiamo dal presupposto che costo energetico = quantità x prezzo.
Per minimizzare tale costo vi sono molteplici opportunità da conoscere, che riguardano sia l’una che l’altra componente.

Quantità

Partiamo dal primo fattore: la quantità.
Agire sulla quantità significa ridurre (per esempio) i kWh di energia elettrica consumati dalla nostra impresa per svolgere le sue attività, come ad esempio per alimentare gli impianti presenti all’interno del processo produttivo o gli edifici che ospitano gli uffici.
In questo contesto, si fa riferimento in primis agli interventi di efficienza energetica.
La Direttiva europea 2012/27/CE definisce l’efficienza energetica come “il rapporto tra un risultato in termini di rendimento, servizi, merci o energia e l’immissione di energia”. L’efficienza energetica di un sistema rappresenta, dunque, la capacità dello stesso di ottimizzare lo sfruttamento dell’energia allo scopo di soddisfare un determinato fabbisogno. La maggiore efficienza permette cioè di conseguire il medesimo risultato con un minore consumo di energia. Per esempio, all’interno di un impianto industriale che utilizza dei forni per fondere il metallo, un efficientamento energetico può consistere nel sostituire un vecchio forno inefficiente dal punto di vista energetico con uno più moderno ed efficiente, in grado di gestire la stessa quantità di metallo. Il risultato sarà un minor consumo energetico del forno (ovvero minor consumo di energia) a parità di condizioni nel riscaldamento del metallo (ovvero medesimo risultato).
L’aspetto chiave dell’efficienza energetica è quindi che agisce sui consumi (ossia sulla quantità di energia utilizzata) senza compromettere l’output del processo (es: quantità/qualità/numerosità dei prodotti da realizzare, comfort abitativo, …). Andando al di là dell’esempio puntuale, all’interno dell’ecosistema dell’efficienza energetica rientrano una molteplicità di tecnologie, applicabili in diversi contesti aziendali (processo produttivo core, servizi ausiliari, edificio, …), che possono essere adottate per efficientare i consumi energetici.
Si possono inoltre ridurre i consumi energetici agendo su comportamento e logiche di controllo.
Tornando all’esempio del forno industriale, possiamo ottenere un risparmio energetico (senza efficientare) con una mera riduzione della temperatura all’interno del forno, inferiore rispetto a prima ma tale da garantire la corretta fusione del metallo. Spesso, infatti, nei processi industriali vengono mantenuti dei margini di sicurezza non sempre necessari per la corretta esecuzione del processo ma che tendenzialmente comportano un maggior dispendio di energia.
Quest’ultimo esempio dimostra come sia possibile ridurre la quantità di energia consumata anche agendo sul comportamento degli operatori. Ciò può avvenire anche attraverso l’adozione di tecnologie digitali che consentano di automatizzare il funzionamento di alcuni asset, in funzione di opportune logiche di controllo. Queste tecnologie consentono inoltre di monitorare nel tempo l’andamento dei consumi energetici e di elaborare una serie di Key Performance Indicator (KPI), così da identificare anomalie nei consumi energetici, la cui identificazione e risoluzione può a sua volta determinare una riduzione dei consumi energetici. Si pensi che la mera consapevolezza dei consumi energetici (anche attraverso l’uso delle suddette tecnologie digitali e della reportistica che esse sono in grado di offrire) consente di ridurre di alcuni punti percentuali i consumi energetici complessivi, grazie all’individuazione di sacche di spreco energetico facilmente eliminabili.

Prezzo

Passiamo ora al secondo fattore: il prezzo.
Agire sul prezzo significa diminuire – se ci riferiamo nuovamente, a titolo di esempio, all’energia elettrica – il costo unitario (€/kWh) dell’energia che utilizziamo all’interno della nostra impresa. In questo ambito, vi sono diverse opportunità atte a ridurre tale costo.
Una prima modalità riguarda l’auto-approvvigionamento di energia tramite produzione in loco utilizzando impianti alimentati da fonti rinnovabili (quali ad esempio il fotovoltaico o il mini-eolico) o non rinnovabili (quali ad esempio gli impianti di cogenerazione alimentati a gas naturale).
Quando un’utenza energetica è in grado di produrre (almeno) una parte dell’energia di cui necessita per le proprie attività, si parla di “prosumer”. Questa figura è oggi ampiamente diffusa all’interno del sistema elettrico nazionale, dove nella massima parte dei casi vi è la presenza di un impianto di generazione di energia asservito a un’unica utenza elettrica (ossia un singolo prosumer). Recentemente, sono state introdotte all’interno del quadro normativo nazionale nuove configurazioni che consentono la condivisione dell’energia tra una molteplicità di utenze energetiche. Si fa riferimento al recepimento delle Direttive europee 2018/2001 (RED II) e 2019/944 (IEM), grazie al quale sono state introdotte nella legislazione italiana le definizioni di “Autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente” e di “Comunità Energetiche Rinnovabili” (REC) e “dei Cittadini” (CEC).

  • Gli autoconsumatori collettivi sono gruppi costituiti da almeno due autoconsumatori di energia rinnovabile che agiscono collettivamente e si trovano nello stesso edificio o condominio.
  • Una Comunità Energetica Rinnovabile è un soggetto giuridico che si basa sulla partecipazione aperta e volontaria di utenze energetiche (persone fisiche, PMI o autorità locali) situate nelle vicinanze degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili che appartengono e sono sviluppati dal soggetto giuridico in questione, il cui obiettivo principale è fornire benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità ai suoi azionisti o membri o alle aree locali in cui opera, piuttosto che profitti finanziari.
  • Infine, una Comunità Energetica dei Cittadini è un soggetto giuridico che si basa sulla partecipazione aperta e volontaria di utenze energetiche (persone fisiche, piccole imprese o autorità locali), che possono partecipare alla generazione, anche da fonti rinnovabili, alla distribuzione, alla fornitura, al consumo, all’aggregazione, allo stoccaggio dell’energia, ai servizi di efficienza energetica, o a servizi di ricarica per veicoli elettrici o fornire altri servizi energetici ai suoi membri o soci. Anche in questo caso, l’obiettivo principale è fornire benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità, piuttosto che profitti finanziari.

Oltre al beneficio economico derivante dall’autoproduzione di energia, queste iniziative sono incentivate dallo Stato mediante una tariffa-premio (“feed-in premium”) sull’energia condivisa, che mira proprio a massimizzarne la diffusione in ottica di decarbonizzazione ed indipendenza energetica.
Una seconda modalità riguarda le strategie di energy procurement, attraverso le quali ci si procura l’energia di cui si necessita. Per identificare – fra le diverse modalità operative di procurement – quella più idonea per ciascun soggetto, occorre analizzare, quantificare e monitorare fattori di rischio esterni (ad esempio, la volatilità dei prezzi dell’energia) e interni all’impresa (ad esempio, la strategia produttiva).
Le attività comprendono:

  • gestione di contratti di fornitura di energia elettrica e gas (e – si badi bene – possiamo parlare sia di acquisto che di cessione in rete) con un approccio “dinamico” (c.d. Portfolio Management), ovvero che pianifica e programma consumi/immissioni;
  • monitoraggio della fatturazione del fornitore, con eventuali azioni di recupero di importi indebitamente fatturati dai fornitori di energia. A riguardo, si parla non solo di correttezza nell’addebito dei prezzi dell’energia, ma anche di correttezza nell’addebito di oneri di trasporto, distribuzione e dispacciamento;
  • controllo e ottimizzazione degli oneri di sistema (con eventuale focus su bonus energivori, SEU, RIU, …);
  • verifica della correttezza delle accise energetiche applicate dal fornitore;
  • negoziazione delle condizioni di fornitura.

A riguardo, gli autori vogliono in particolar modo focalizzare l’attenzione sulla forma contrattuale del Power Purchase Agreement (PPA), ancora in Italia poco sfruttata ma con un enorme potenziale (come già dimostrato dal loro utilizzo in altri Stati).
Il PPA è un contratto a lungo termine che regola la somministrazione di energia elettrica tra un soggetto produttore e un soggetto acquirente (detto “off-taker”). Nel caso di un progetto tradizionale, il produttore di energia elettrica è interamente esposto al rischio di mercato; tramite il PPA è invece in grado di assicurare il ritiro dell’energia prodotta dal suo impianto nel lungo periodo grazie all’impegno dell’off-taker. Questo rappresenta un vantaggio per accedere al finanziamento degli investimenti in impianti di produzione dell’energia, in quanto il PPA trasferisce parte dei rischi dal produttore all’off-taker. Lato suo, l’off-taker è disposto ad assumersi parte dei rischi a fronte di un approvvigionamento di energia elettrica a un costo vantaggioso nel breve e nel medio periodo.
Una terza modalità riguarda le iniziative di “Peak shaving”.
Letteralmente significa “limatura del picco”. Nella sostanza, significa spostare il consumo di energia e i suoi “picchi” lontano dalle ore di punta (quando l’energia prelevata dalla rete costa di più) verso “valli” di consumo o orari non di punta (quando l’energia prelevata costa meno). Questo è possibile sia tramite tecnologie, sia tramite azioni meramente comportamentali.
Il fatto che una parte della spesa complessiva per la bolletta energetica non sia dovuta alla quantità di energia consumata (kWh) bensì alla potenza assorbita (kW), rende altresì opportuno l’introduzione di una serie di interventi atti a ri-distribuire nel tempo i consumi al fine di ridurre i picchi di potenza impegnata. Un esempio fa riferimento all’utilizzo di sistemi di storage (quali ad esempio batterie), che possono essere utilizzati per “smussare” la curva di prelievo dell’energia dalla rete. Un altro esempio riguarda la programmazione della produzione e dei turni di lavoro tenendo conto del loro impatto sui prelievi di energia, sempre al fine di ottimizzare la curva di prelievo.

Altre iniziative

Infine, vale la pena sottolineare l’esistenza di altre opportunità per le aziende (e per tutte le utenze energetiche in generale) non strettamente legate alla riduzione del prezzo di fornitura dell’energia o delle quantità di energia di cui si necessita, ma che viceversa consentono di estratte valore dai propri asset di generazione e utilizzo di energia (ad esempio, un impianto di cogenerazione e una linea produttiva, rispettivamente) o di sfruttare i crediti d’imposta.
Una di queste fa riferimento al cosiddetto “Demand Response”.
È un servizio innovativo, promosso dall’ARERA (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) e gestito da Terna, che consente a una serie di asset (non precedentemente abilitati) di accedere al Mercato dei Servizi di Dispacciamento (MSD), modulando il proprio consumo energetico o la propria produzione in sito con l’obiettivo di offrire preziosi servizi di regolazione a beneficio del corretto funzionamento del sistema elettrico. In cambio di questa disponibilità, il soggetto che offre il servizio riceve una remunerazione fissa, oltre a una remunerazione variabile sulla base dell’effettiva erogazione del servizio. La platea di soggetti che possono beneficiare di questa opportunità è piuttosto elevata, includendo ad esempio gli impianti di produzione di energia (da fonte rinnovabile e non) di piccola taglia (al di sotto dei 10 MW), i sistemi di storage, i veicoli elettrici e le unità di consumo (es. processi industriali).
Una seconda opportunità riguarda il servizio di “interrompibilità del carico”.
È un programma di difesa della rete elettrica nazionale che, a fronte di una remunerazione, definita in esito a un’asta, prevede l’interruzione dei carichi elettrici dichiarati disponibili dall’utente che vi aderisce. L’interrompibilità è una pratica diffusa in tutto il mondo e serve a prevenire malfunzionamenti e blackout nella fornitura di energia elettrica. In Italia questa opportunità vale per le unità di consumo che sono in grado di mettere a disposizione di Terna (il TSO nazionale), dietro remunerazione, uno o più carichi elettrici in modo che possano essere «interrotti» automaticamente tramite l’invio di un segnale da remoto.
Una terza opportunità riguarda il credito d’imposta per le imprese.
Partendo dalle imprese energivore di cui al decreto del Ministro dello sviluppo economico 21 dicembre 2017, di seguito si citano due crediti di imposta da utilizzare in compensazione col modello F24:

  • un credito d’imposta nella misura del 20% (incrementato al 25% con il comunicato stampa del 18 marzo 2022 n. 68 del Consiglio dei ministri) delle spese sostenute per la componente energetica acquistata ed effettivamente utilizzata nel primo trimestre 2022, se i costi per kWh della componente energia elettrica, calcolati sulla base della media dell’ultimo trimestre 2021 e al netto delle imposte e degli eventuali sussidi, hanno subito un incremento del costo per KWh superiore al 30% relativo al medesimo periodo dell’anno 2019;
  • un credito di imposta nella misura del 20% (incrementato al 25% con il comunicato stampa del 18 marzo 2022 n. 68 del Consiglio dei ministri) delle spese sostenute per la componente energetica (non solo acquistata ed effettivamente utilizzata, ma anche prodotta e autoconsumata) nel secondo trimestre 2022, se i costi per kWh della componente energia elettrica, calcolati sulla base della media del primo trimestre 2022 e al netto delle imposte e degli eventuali sussidi, hanno subito un incremento del costo per KWh superiore al 30% relativo al medesimo periodo dell’anno 2019.

Passando alle imprese con forte consumo di gas di cui all’allegato 1 al decreto del Ministro della transizione ecologica 21 dicembre 2021, n. 541, c’è invece un credito d’imposta nella misura 15% (incrementato al 20% con il comunicato stampa del 18 marzo 2022 n. 68 del Consiglio dei ministri) della spesa sostenuta per l’acquisto del gas naturale, consumato nel secondo trimestre solare dell’anno 2022, per usi energetici diversi dagli usi termoelettrici, se il prezzo di riferimento del gas naturale, calcolato come media, riferita al primo trimestre 2022, dei prezzi di riferimento del Mercato Infragiornaliero (MI-GAS) pubblicati dal Gestore dei mercati energetici (GME), abbia subito un incremento superiore al 30% del corrispondente prezzo medio riferito al medesimo trimestre dell’anno 2019.
Va sottolineato come: 

  • ai suddetti crediti non si applichi il limite annuale di 250.000 € riferito ai crediti da esporre nel quadro RU del Modello Redditi (di cui all’articolo 1, comma 53, Legge n. 244/2007) e il limite di 2 milioni di euro per le compensazioni orizzontali dei crediti (di cui all’articolo 34 Legge n. 388/2000);
  • tali crediti non concorrano alla formazione del reddito d’impresa né della base imponibile Irap e non rilevano ai fini del rapporto di deducibilità degli interessi passivi e della determinazione della quota delle altre spese deducibili (di cui agli articoli 61 e 109, comma 5, Tuir);
  • tali crediti siano cumulabili con altre agevolazioni che abbiano ad oggetto i medesimi costi, a condizione che tale cumulo, tenuto conto anche della non concorrenza alla formazione del reddito e della base imponibile dell’imposta regionale sulle attività produttive, non porti al superamento del costo sostenuto.

Con il comunicato stampa del 18 marzo 2022 n. 68, il Consiglio dei ministri ha inoltre comunicato l’introduzione dei seguenti crediti d’imposta, potenziando quelli già esistenti, per ridurre l’incidenza dell’incremento del costo dell’elettricità e del gas: 

  • per le imprese dotate di contatori di energia elettrica di potenza disponibile pari o superiore a 16,5 kW, diverse dalle imprese a forte consumo di energia elettrica, il credito è pari al 12% della spesa sostenuta per l’acquisto della componente energetica effettivamente utilizzata nel secondo trimestre del 2022 ed è riconosciuto qualora il prezzo della stessa, calcolato sulla base della media riferita al primo trimestre 2022, abbia subito un incremento del costo per kWh superiore al 30% del corrispondente prezzo medio riferito al medesimo trimestre dell’anno 2019; 
  • per le imprese diverse da quelle a forte consumo di gas naturale, il credito è pari al 20% della spesa sostenuta per l’acquisto del gas, consumato nel secondo trimestre solare dell’anno 2022, per usi energetici diversi dagli usi termoelettrici, qualora il prezzo di riferimento del gas naturale, calcolato come media, riferita al primo trimestre 2022, dei prezzi di riferimento pubblicati dal Gestore dei mercati energetici (GME), abbia subito un incremento superiore al 30% del corrispondente prezzo medio riferito al medesimo trimestre dell’anno 2019. 

Il credito d’imposta di cui sopra relativo ai consumi di energia elettrica è cedibile ad altri soggetti, compresi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari, senza facoltà di successiva cessione, fatta salva la possibilità di due ulteriori cessioni solo se effettuate a favore di banche e intermediari finanziari, società appartenenti a un gruppo bancario ovvero imprese di assicurazione autorizzate a operare in Italia. La cedibilità è altresì estesa al credito d’imposta già riconosciuto alle imprese energivore e a forte consumo di gas naturale di cui alla precedente comunicazione e allegata per comodità qui sotto. 

Conclusioni: le implicazioni derivanti da tali opportunità

Una prima buona notizia è che ci sono – come visto in questo articolo – svariati modi per ridurre il costo energetico.
Una seconda buona notizia è che ci sono molteplici approcci operativi per ottenere questa riduzione. Per esempio, coloro che hanno il know-how (a livello energetico, fiscale e di processo) necessario internamente alla propria azienda, possono agire in autonomia. Alternativamente, ci si può affidare a professionisti del settore (quali energy advisor, E.S.Co., consulenti, …) che permettono di agire a tutti i livelli del costo energetico. Spesso, inoltre, questi professionisti permettono di ridurlo tramite servizi dal costo iniziale nullo o quasi a fronte di un pagamento a success fee, ovvero basato sui risultati ottenuti e subordinato all’ottenimento degli stessi.
Una terza buona notizia per i nostri lettori è che il governo ha recentemente modificato o implementato crediti d’imposta gestibili da consulenti e commercialisti (eventualmente affiancati da energy advisor nella gestione ed erogazione del servizio).
Da ultimo, gli autori ci tengono a sottolineare che una vera riduzione dei costi energetici, opportunamente affiancata da interventi volti all’indipendenza energetica e alla decarbonizzazione, dev’essere raggiunta lavorando su tutti i suddetti fattori (quantità e prezzo) e su più livelli di ciascun fattore, così da ottenere una vera e propria sostenibilità. Energetica, ma non solo!

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