di Sebastiano Rapisarda, Alessandro De Carlo e Diletta Mora
Negli ultimi decenni, vari studi si sono focalizzati sulla salute organizzativa, un insieme dei nuclei culturali, dei processi e delle pratiche organizzative che rendono vivi i contesti di lavoro promuovendo, mantenendo e migliorando il benessere, non solo fisico ma anche psicologico e sociale. La salute, infatti, non viene più considerata unicamente come assenza di malattia, ma si tratta di uno stato di benessere fisico e psico-sociale ben più esteso. Tra i diversi fattori che influenzano la salute organizzativa vi sono quelli ambientali (es., rumore, microclima), fisici (es., malattie), sociali (es., relazioni lavorative con colleghi o superiori) e psicologiche (es., autostima, umore, ansia) (Barbieri et al., 2012).
Una delle principali minacce al benessere individuale e organizzativo è il rischio di stress lavoro-correlato. Si tratta di un fenomeno ormai noto nei contesti organizzativi e scientifici, diffuso in tutti i Paesi, che colpisce diversi settori lavorativi, coinvolgendo le diverse categorie professionali. Lo stress può essere definito come un insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose, che si manifestano quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse ed esigenze del lavoratore: quando la persona percepisce che le richieste organizzative eccedono le proprie risorse, rappresentando una minaccia per il sé e per il proprio equilibrio, mette in atto varie risposte di adattamento psico-fisico e comportamentale. Se queste risposte adattive non riescono a ristabilire l’equilibrio minacciato, la persona entra in una fase di stress. È importante evidenziare la natura individuale relativa alla percezione dello stress, in quanto gli stessor organizzativi, cioè quei fattori di stress ambientali che vengono espressi sotto forma di richieste lavorative, vengono elaborati cognitivamente dalla persona in modo differente in base al proprio sé e alle proprie esperienze passate. Il disagio organizzativo può avere delle ricadute a livello individuale, dove è presente una generale riduzione della qualità di vita della persona; organizzativo, in termini di riduzione della qualità della performance lavorativa, assenteismo, presenteismo; sociale, in termini di assistenza sanitaria.
Ma quali sono quei fattori che un manager deve tenere in considerazione per prevenire il rischio di stress lavoro-correlato? Il benessere organizzativo è un costrutto multidimensionale che comprende componenti affettive, comportamentali e cognitive. Di conseguenza bisogna focalizzarsi su diversi fattori, tra cui, a titolo esemplificativo, i seguenti (De Carlo et al., 2013).
- Cultura organizzativa, che definisce l’identità di un’organizzazione. Adottare, ad esempio, una cultura work-family, si supportano i lavoratori a ridurre il conflitto vita-lavoro.
- Clima organizzativo, che si riferisce alle percezioni che i componenti di un’organizzazione hanno circa gli elementi fondamentali del proprio contesto lavorativo. Mantenere un clima positivo è un fattore imprescindibile per un’organizzazione sana e positiva.
- Commitment organizzativo, centrale per il benessere organizzativo. Esso fa riferimento all’attaccamento del lavoratore verso la propria organizzazione. Lavoratori con elevati livelli di commitment tendono ad avere migliori performance e ridotte intenzioni di turnover.
Quando gli eventi stressogeni causano disagio alla persona, è necessario intervenire per ristabilire l’equilibrio compromesso. Tra le diverse tecniche presenti nella letteratura scientifica, si riportano le strategie di recovery, cioè quei processi relativi al recupero psicologico e al rilassamento dai fattori legati al contesto lavorativo. Si tratta di un processo attraverso il quale il sistema funzionale della persona, sollecitato da fattori stressogeni, ritorna al suo stato iniziale, cioè antecedente alle esperienze stressanti, attenuando il disagio psicologico. Dal punto di vista applicativo, vengono definite le recovery experience, cioè un insieme di diverse strategie utili al recupero psicologico della persona. Tra queste si ricordano le tecniche di rilassamento, il distacco psicologico, le strategie mastery oriented e le percezioni di controllo durante il tempo libero (Sonnentag & Fritz, 2007). Vari studi hanno dimostrato l’efficacia di queste strategie attraverso il supporto delle nuove tecnologie.
La nostra è una società tecnologica in continua evoluzione, in cui anche le diverse professioni si sono evolute adattandosi all’ambiente in cui operano. La professione dello psicologo non si sottrae a questo cambiamento, poiché ad oggi può fornire prestazioni psicologiche direttamente online o utilizzando nuove tecnologie, come quella della realtà virtuale (VR) andando a modificare la relazione psicologo-paziente. Questi strumenti non vanno a sostituire il ruolo del professionista, bensì sono al suo servizio al fine di migliorare l’efficacia dell’intervento psicologico.
La VR è una tecnologia che permette alle persone di vivere un’esperienza all’interno di un ambiente virtuale tridimensionale generato al computer, il cui setting è controllato dal professionista. All’interno dell’ambiente virtuale è possibile interagire sia con il contesto circostante, sia con eventuali altri utenti. L’immersive virtual reality (IVR) utilizza generalmente un dispositivo di visualizzazione, solitamente chiamato casco (head-mounted display), sensori per il movimento e dispositivi di interfaccia avanzata. In questo caso l’utente è completamente immerso all’interno dell’ambiente virtuale in cui opera. Lo sviluppo della VR ebbe inizio tra gli anni ‘50 e ‘60. È solo tra gli anni ‘90 e gli albori degli anni 2000 che gli psicologi iniziarono ad applicare la VR nei loro trattamenti. Nasce così la virtual reality exposure therapy (VRET).
Negli ultimi anni molti studi hanno valutato l’efficacia della VRET rispetto alla terapia tradizionale in vivo in diversi ambiti. In ambito organizzativo, vari studi hanno indagato l’efficacia e l’applicazione della VR per la prevenzione del rischio di stress lavoro-correlato e la promozione del benessere organizzativo, supportando, ad esempio, le strategie di recovery sopra citate. Anche in ambito clinico vi sono numerose evidenze sull’efficacia dell’applicazione della VR in merito ai disturbi d’ansia, fobie e dipendenze.
Realtà virtuale e benessere organizzativo
La VR può fornire un contributo efficacia al vasto mondo delle organizzazioni, supportando i lavoratori, promuovendo il benessere e prevenendo l’insorgenza del rischio di stress lavoro-correlato. Alcuni studi evidenziano come questa tecnologia possa essere considerata uno strumento valido per le tecniche di rilassamento. I risultati mostrano una diminuzione dello stress lavorativo dovuto all’immersione in splendidi scenari naturali, alle tecniche di body scan, alla respirazione profonda e alla psicoeducazione utilizzando la VR. Inoltre, l’utilizzo della VR è molto esteso e abbraccia anche il mondo della formazione attraverso specifici training (resilienza, team-working, salute e sicurezza) e viene utilizzata anche per l’ansia da public speaking e da colloquio di lavoro.
Nella vita quotidiana così come nel mondo delle organizzazioni sono molteplici i fattori che richiedono energie, mantenimento dell’attenzione e altri sforzi cognitivi. Tutti questi fattori, insieme ad una serie di situazioni più o meno percepite come stressogene dalle persone, possono portare a stress psico-fisico e quindi influenzare negativamente il benessere individuale e organizzativo. Per fronteggiare lo stress spesso vengono applicate le tecniche di recovery. Si tratta di un processo che permette alla persona di tornare allo stato antecedente in cui è stata esposta ai fattori stressogeni. Alcuni autori suggeriscono diverse strategie per avviare questo processo, tra cui le tecniche di rilassamento profondo, come la respirazione diaframmatica o l’esposizione a scenari naturali, il distacco psicologico dal contesto stressante o quella che viene denominata mastery experience, cioè la padronanza di un’abilità specifica, come imparare una nuova lingua, arrampicarsi, ecc. Anderson e collaboratori in un recente studio del 2017 hanno testato l’efficacia della VR per il trattamento dello stress (anche lavoro correlato) attraverso l’immersione in ambienti virtuali naturalistici. Ai partecipanti sono stati somministrati dei questionari self-report al fine di valutare i livelli di ansia, stress e affettività, inoltre per tutta la durata dell’intervento sono state rilevate delle misure fisiologiche, quali il battito cardiaco e l’attività elettrodermica. Gli scenari virtuali a disposizione erano tre: le spiagge australiane, la natura irlandese e un ambiente neutro, di controllo. Ai partecipanti veniva chiesto quale ambiente naturale preferissero tra spiaggia e foresta; in seguito, venivano esposti a tutti gli scenari in modo random, rilevando le misure self-report tra uno scenario e l’altro. I risultati evidenziano una riduzione significativa di ansia, stress e affettività negativa negli scenari australiani e irlandesi, ma non in quello neutro. Inoltre, gli effetti sono più forti negli scenari dove i partecipanti avevano espresso la loro preferenza. Questi risultati confermano quelli presenti in letterature: la VR, attraverso l’esposizione ad ambienti virtuali naturali, è in grado di avviare i processi di recovery e permette l’efficacia delle tecniche di rilassamento, aiuta a ridurre i livelli di ansia, di stress e di affettività negativa e migliorare quelli di affettività positiva.
Sempre in ambito organizzativo, la VR è stata applicata per fronteggiare l’ansia relativa al colloquio di lavoro in persone con sindrome dello spettro autistico (ASD). Si tratta di un disturbo caratterizzato da una compromissione più o meno grave e generalizzata in due aree dello sviluppo: quella relativa alle interazioni sociali e alla comunicazione, e quella riguardante l’area degli interessi e delle attività. Diversi autori hanno rilevato la necessità e l’importanza di supportare gli adolescenti affetti da ASD durante la transizione scuola-lavoro. Tale supporto permetterebbe di aumentare le possibilità di essere assunti per una posizione prestigiosa. Certamente, al fine di essere maggiormente competitivi nel mercato del lavoro, risultano essere importanti i training relativi ai colloqui: migliorare le proprie capacità comunicative durante un colloquio lavorativo può fare la differenza per l’ottenimento della posizione sperata. Inoltre, le evidenze scientifiche rilevano che migliorare le proprie skills in questo ambito può migliorare anche l’autostima verso sé stessi e la motivazione a cercare lavoro. È stato dimostrato che utilizzare gli strumenti della VR durante la formazione basata sui giochi di ruolo rende il training più efficace rispetto alla formazione convenzionale. Smith e collaboratori (2014) in un loro studio hanno testato l’efficacia della VR all’interno di un training per migliorare le skills comunicative utili per il colloquio di lavoro. L’obiettivo era quello di supportare gli adulti con ASD nella ricerca di una nuova occupazione. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: uno di intervento, nella quale veniva utilizzata la VR; l’altro di controllo, i quali ricevevano il trattamento convenzionale. Il gruppo trattato con la VR veniva immerso in un ambiente virtuale che simulava un colloquio di lavoro. Prima e dopo l’intervento sono state rilevate delle misure psicosociali e neurocognitive, inoltre alla fine del training è stata simulato, attraverso role-play, un colloquio di lavoro al fine di valutarne l’efficacia. I risultati rilevano che i partecipanti hanno apprezzato il training in VR in quanto ritenuto facile da usare, piacevole e utile alla preparazione delle future interviste di lavoro. Le analisi statistiche hanno inoltre rilevato che i miglioramenti ottenuti dal gruppo esposto alla VR sono maggiori rispetto al gruppo di controllo. Inoltre, insieme alla capacità comunicative, anche l’autostima è migliorata in modo significativo.
Nel contesto italiano, è stato proposto un intervento per il benessere individuale e organizzativo durante il periodo pandemico che prevedeva l’utilizzo della VR. L’intervento proposto si sviluppa attraverso un protocollo strutturato in quattro sessioni. Ogni sessione si differenzia per tematiche affrontate e strumenti utilizzati. Nello specifico, due si focalizzano in particolar modo sugli aspetti fisiologici relativi allo stress, le restanti mettono l’attenzione su quegli aspetti più marcatamente psicologici. Allo studio hanno partecipato i dipendenti di importanti organizzazioni pubbliche, i quali sono stati suddivisi in tre gruppi: uno di intervento, in cui veniva utilizzato il protocollo VR; un altro di intervento, in cui veniva utilizzato lo stesso protocollo, ma con ambienti virtuali diversi; uno di controllo, in cui le diverse tematiche venivano affrontate senza l’utilizzo della VR. L’obiettivo del protocollo era quello di migliorare la salute e le prestazioni nel contesto organizzativo attraverso l’insegnamento di tecniche e strategie specifiche; ridurre i livelli di stress lavoro-correlato, ansia e disagio; potenziare le risorse individuali dei lavoratori (es., resilienza, autoefficacia, gestione dello stress). All’inizio e alla fine di ogni sessione, la cui durata era di 50-60 minuti, venivano somministrati alcuni questionari volti a indagare i livelli di ansia, stress, soddisfazione lavorativa, presenza all’interno degli ambienti virtuali. Inoltre, al termine di ogni sessione era previsto un colloquio conclusivo. Le quattro sessioni del protocollo prevedevano l’apprendimento delle tecniche di rilassamento relative alla respirazione profonda e al body scan da una parte, il focus sulla psicologia positiva e potenziamento delle risorse individuali dall’altra. I risultati hanno evidenziato, in generale, un miglioramento dell’ansia percepita. Nello specifico, tale miglioramento risulta maggiore nei gruppi in cui è stata utilizzata la VR. Risultati analoghi per quanto riguarda la percezione dello stress lavoro-correlato. In generale, sono stati rilevati elevati i livelli di soddisfazione dei partecipanti; nello specifico, il gruppo trattato con VR riporta 9.6 su 10, mentre quello di controllo 7.7 su 10. Ai partecipanti trattati con VR sono state poste delle domande relative alla percezione dell’ambiente virtuale: il valore medio riportato è stato di 4.5 su 5, che indica un’elevata percezione di realismo all’interno dell’ambiente virtuale. Sono state condotte anche delle analisi qualitative, le quali riportano un elevato livello di compliance per il gruppo trattato con VR: il 100% dei partecipanti ha applicato una o più tecniche apprese durante le sessioni nel loro quotidiano. Diversamente, solo il 13% dei partecipanti del gruppo di controllo ha praticato tali tecniche. Inoltre, i commenti dei partecipanti riguardo la loro esperienza esprimono un maggior senso di rilassatezza, tranquillità e benessere, nonché una maggiore capacità di gestire i momenti di disagio. Attraverso gli strumenti della VR è stato dunque possibile supportare i lavoratori nella gestione dello stress, non solo correlato al lavoro, ma anche al periodo di lockdown, il quale ha drasticamente cambiato il modo di lavorare nell’ultimo periodo (Rapisarda et al., 2020).
Realtà virtuale e applicazioni cliniche
In ambito clinico, i disturbi d’ansia sono tra i più diffusi in tutto il mondo, con una prevalenza nel corso della vita fino al 33%. La VR è sempre più incorporata nella psicoterapia, grazie alla vasta letteratura che ne documenta l’efficacia nel trattamento dei disturbi d’ansia e dello stress. La VRET può avere un impatto significativo non solo sulla valutazione, ma soprattutto sul trattamento dei vari disturbi. I principali disturbi d’ansia in cui è stata applicata la VRET comprendono il disturbo d’ansia generalizzato, le fobie specifiche (acrofobia, aviofobia, aracnofobia, agorafobia, ecc.) e il disturbo d’ansia sociale. Un altro disturbo molto spesso trattato con la VRET è il disturbo post traumatico da stress (PTSD) in cui è possibile esporre il paziente all’ambiente traumatico con il massimo controllo da parte del terapista.
In un loro studio, Pitti e collaboratori hanno voluto testare l’efficacia della VR combinata con il trattamento psicoterapeutico di tipo cognitivo-comportamentale (CBT) per il trattamento dell’agorafobia. Si tratta di una patologia caratterizzata principalmente da una forte e sproporzionata paura e/o imbarazzo di fronte ad alcuni stimoli esterni (es., folle, spazi aperti, spazi chiusi, essere soli) e stimoli interni (es., sentimenti di ansia e di panico). Questi sentimenti portano le persone con agorafobia ad evitare tali situazioni o a fuggire da esse. Questi, dunque, non temono unicamente i luoghi affollati, ma anche quelli da cui è difficile scappare o ricevere soccorso. Spesso tale disturbo viene diagnosticato insieme ai disturbi di panico. I principali interventi per il trattamento di questa patologia riguardano interventi psicoterapeutici combinati talvolta con alcuni psicofarmaci. La componente psicoterapeutica è necessaria e fondamentale per la cura dell’agorafobia, mentre gli psicofarmaci possono essere utili in quei casi in cui i sintomi ansiosi e gli episodi di panico risultano essere eccessivamente forti. Negli ultimi anni si è assistito ad un utilizzo sempre maggiore delle nuove tecnologie nei trattamenti psicologici: la VR risulta essere uno strumento efficiente ed efficace in grado di aiutare il terapeuta a raggiungere i propri obiettivi con successo e con maggiore facilità. Nello studio di Pitti e collaboratori (2015) sono stati coinvolti 99 pazienti con agorafobia. Questi sono stati suddivisi in tre gruppi: il primo veniva trattato con CBT insieme e psicofarmaci; il secondo con CBT, sessioni di VR e psicofarmaci; il terzo veniva trattato unicamente con psicofarmaci. Sono state rilevate delle misure relative al livello di intensità di agorafobia attraverso delle interviste e questionari, volti a rilevare anche ansia, depressione e comportamenti evitanti. I primi due gruppi sono stati sottoposti a 11 sessioni. Il secondo gruppo, a differenza del primo, veniva trattato anche con delle sessioni di VR. Gli ambienti virtuali in cui venivano immersi facevano riferimento, ad esempio, alla Piazza di Spagna, l’Aeroporto di Tenerife Nord, una spiaggia di Tenerife, e altri ambienti che potessero rappresentare una situazione fobica per i pazienti. I risultati del loro studio evidenziano differenze significative tra i tre gruppi. Nei primi due vengono rilevati dei miglioramenti significativi. Nello specifico, sebbene il primo gruppo abbia avuto un complessivo miglioramento, è il secondo gruppo, quello trattato con la VR, che ha ricevuto l’intervento maggiormente efficacie per il trattamento dei comportamenti evitanti relativi agli ambienti fobici. Tali miglioramenti si sono mantenuti anche a distanza dal trattamento.
Un altro esempio di applicazione è riscontrabile nello studio di Anderson e collaboratori (2017), i quali hanno trattato il disturbo di ansia sociale, una condizione di disagio e di paura profonda che una persona vive in situazioni sociali nella quale può interagire con altri o essere giudicato per le proprie azioni; la persona viene assalita dall’ansia e dal timore di apparire ridicolo, umiliato e incapace di affrontare un compito. Una delle principali conseguenze di questa patologia è il comportamento evitante, nella quale la persona evita tutte quelle situazioni che possono creare ansia e disagio sociale, come ad esempio parlare in pubblico o mangiare in un luogo pubblico. Gli Autori hanno condotto uno studio longitudinale, che prende in considerazione le valutazioni di 4-6 anni di follow-up. Allo studio hanno preso parte 28 partecipanti con diagnosi clinica di disturbo di ansia sociale. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: uno di intervento, nella quale il trattamento prevedeva l’utilizzo della VRET; l’altro di controllo nella quale veniva utilizzata la terapia di esposizione di gruppo (EGT). I partecipanti appartenenti al gruppo di intervento venivano immersi all’interno di ambienti virtuali raffiguranti dapprima una stanza conferenze composta da circa 5 auditori, poi una classe di circa 35 auditori e infine un auditorium di circa 100 auditori. Diversamente, nel gruppo di controllo venivano condotte delle sessioni di gruppo in vivo. In entrambi i trattamenti è stata prevista una fase di psicoeducazione sui disturbi d’ansia sociale. Tutti i partecipanti hanno compilato dei questionari self-report per la valutazione dell’ansia sociale, della paura di essere giudicati, dei comportamenti evitanti e del miglioramento complessivo percepito. In entrambi i gruppi, i risultati evidenziano miglioramenti significativi, sia in seguito al trattamento, che nel periodo di follow-up successivo. Nello specifico, la maggior parte dei partecipanti sottoposti alla VRET, in seguito al trattamento non presentava i criteri necessari per la diagnosi di disturbo di ansia sociale, dichiarando di percepire consistenti miglioramenti. Il trattamento VRET e quello EGT hanno prodotto dei miglioramenti costanti e a lungo termine durante i 4-6 anni successivi al trattamento.
Molti studi hanno analizzato l’efficacia della VR per il trattamento del disturbo post-traumatico da stress (PTSD). In genere, tale disturbo manifesta i suoi sintomi a seguito di un evento particolarmente traumatico che interrompe la normalità della vita di una persona. Alcuni esempi comprendono l’essere sopravvissuti ad un attacco terroristico o al crollo di un edificio, l’aver subito una violenza sessuale, ecc. In passato, veniva spesso definito nevrosi da guerra, in quanto spesso osservato nei soldati impegnati in battaglia, dove bombardamenti e spargimenti di sangue generavano il trauma da cui origina il disturbo. Evidenze scientifiche sottolineano che uno degli approcci maggiormente efficaci per il trattamento del PTSD è quello attraverso l’impiego dell’esposizione prolungata degli stimoli (PE). Norr e collaboratori (2018) hanno testato l’efficacia della VR e della PE al fine di valutarne gli effetti sulle ideazioni suicidarie, uno dei sintomi del PTSD. I partecipanti dello studio erano soldati ancora in servizio con PTSD diagnosticato in base ai criteri del DSM-V e utilizzando il questionario CAPS (Clinician Administered PTSD Scale). Questi furono divisi in tre gruppi: quello di controllo, il gruppo a cui veniva applicato il trattamento PE e il gruppo trattato con la VR. Le valutazioni furono condotte all’inizio del trattamento, a metà del trattamento (dopo 5 sessioni) e alla fine. In aggiunta alle misure relative al PTSD, furono rilevate anche depressione e ideazioni suicidarie. Oltre ai questionari furono condotte anche delle interviste cliniche. Il trattamento per il gruppo PE prevedeva 10 sessioni di 90-120 minuti di psicoterapia in cui ampio spazio veniva dato all’esposizione prolungata dello stimolo (attraverso l’immaginazione o fotografie); il gruppo VR riceveva lo stesso trattamento del gruppo precedente con la differenza che l’esposizione prolungata avveniva attraverso l’immersione nell’ambiente virtuale. In questo studio, i gruppi PE e VR tendono ad essere accumunati in quanto l’obiettivo è quello di valutare l’efficacia della terapia espositiva rispetto al gruppo di controllo. I risultati delle analisi rilevano che non ci sono differenze significative tra i gruppi PE e VR, tuttavia, i partecipanti assegnati a questi gruppi mostrano dei miglioramenti sia per le misure relative al PTSD che per le ideazioni suicidarie rispetto al gruppo di controllo. Questi risultati dimostrano che la terapia espositiva può essere un trattamento efficacie per il PTSD, inoltre ha rilevato che il trattamento con VR è efficace tanto quanto quello tradizionale, permettendoci di utilizzarla in modo efficace, sfruttandone i relativi vantaggi che approfondiremo in seguito.
La VR si è dimostrata efficace anche per il trattamento per le dipendenze patologiche. Si tratta di un fenomeno fisico e psicologico che porta la persona all’ossessione per determinate sostanze (es., alcool, tabacco, droga) non curandosi della loro vita sociale e lavorativa. In Italia, negli ultimi anni, è in aumento la percentuale di adolescenti che si approcciano a queste sostanze: all’interno dell’UE, l’Italia è il paese con il tasso più elevato di 15enni fumatori (37%); in continuo aumento sono i 70.000 alcoldipendenti, di cui l’1% sotto i 19 anni e il 30% sotto i 30; riguardo alle droghe, circa il 30% degli italiani dichiara di averla utilizzata almeno una volta nella vita, inoltre l’Italia riporta una media del 7% di ragazzi che consumano droghe di diversa natura, dato che supera la media europea del 5% (ESPAD, 2015). Per il trattamento di tali disturbi spesso si è fatto riferimento alla terapia CBT e a quella legate all’esposizione degli stimoli trigger (C-ET). Tali approcci mirano a favorire l’astinenza aiutando la persona a far fronte agli eventi stressanti attraverso pratiche strategie piuttosto che mettere in atto strategie di coping disfunzionali come l’uso e abuso di sostanze. Durante il trattamento, gli stimoli trigger permettono di innescare nel paziente una reazione in modo da poter imparare a conoscerla, gestirla e modificarla. La VR permette di integrare e potenziare gli approcci psicoterapeutici sopra delineati in quanto è possibile esporre il paziente agli stimoli trigger all’interno dell’ambiente virtuale, un ambiente maggiormente sicuro rispetto a quello reale. Bordnick e collaboratori (2008) in un loro studio hanno testato l’efficacia della VR nell’elicitare nei pazienti con dipendenza da alcool una reazione di astinenza e desiderio verso lo stimolo anelato. Hanno preso parte allo studio 40 persone, le quali sono state esposte a diverse sessioni di VR: quattro ambienti trigger (bar, cucina con alcolici, una festa e una discussione in salotto) e due ambienti neutri. Sono state rilevate diverse misure, fra cui l’attenzione agli stimoli trigger, la percezione di desiderio dello stimolo trigger e il livello di presenza all’interno dell’ambiente virtuale. I risultati confermano le ipotesi degli Autori: il desiderio verso lo stimolo trigger aumenta nei partecipanti quando vengono esposti agli ambienti virtuali raffiguranti situazioni associate all’uso di alcolici. Tale aumento di desiderio non è presente negli ambienti neutri. Inoltre, i partecipanti hanno riportato elevati livelli di presenza all’interno dell’ambiente virtuale, indicando di percepire l’ambiente come se fosse reale. Questi risultati permettono di confermare la possibilità di utilizzare la VR per supportare la C-ET in quanto perfettamente in grado di elicitare desiderio della sostanza a cui è rivolta la dipendenza.
La pandemia da Covid-19 e le misure restrittive ad essa associate hanno avuto un forte impatto sul fronte sanitario, psicologico, lavorativo ed economico nazionale e internazionale. Man mano che tali restrizioni si attenuavano, si è cominciato a rientrare in un ambiente sfidante per la salute psicologica di ciascuno. Molti sono gli studi che hanno rilevato come conseguenze di questa emergenza sanitaria un aumento della percezione di ansia, di disturbi del sonno, di disagi emotivi e di stress fisico ed emozionale. Tuttavia, esiste una piccola parte della popolazione che vive in maniera socialmente ritirata diventando “invisibili” alla società. Tale sindrome è nota come hikikomori. Hikikomori è un termine giapponese che deriva dal termini hiki, “ritirare”, e komori, “essere dentro”. Nasce negli anni ‘90 per descrivere i giovani adolescenti che hanno mostrato un comportamento di estremo ritiro sociale a lungo termine insieme al rifiuto dell’istruzione. Se da una parte viene considerato come un fenomeno correlato alla cultura giapponese, dall’altra si tratta di un problema significativo che incide sulla salute pubblica. Negli ultimi anni tale fenomeno si è allargato all’intera popolazione, trovandone dei casi non solo in Giappone, ma anche, ad esempio, negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Italia. I giovani che manifestano tali comportamenti di ritiro interagiscono con il mondo esterno esclusivamente attraverso internet. Per questo motivo, l’utilizzo delle nuove tecnologie della rete potrebbe rivelarsi un valido strumento, più efficace di altri, al fine di trattare tali comportamenti e riuscire pian piano a “evadere” dalla prigione che si è creata. Recentemente, alcuni studi hanno approfondito l’utilizzo della VR applicata al fenomeno hikikomori (De Luca & Chenivesse, 2018; Rooksby et al., 2020). Gli Autori sono intervenuti su un adolescente di 15 anni che da circa 18 mesi si era recluso in casa. Attraverso gli ambienti virtuali hanno indagato i comportamenti dell’adolescente e i processi implicati nella formazione dell’identità personale. In merito ai risultati, è chiaro che in Giappone viene data una spiegazione culturale e sociologica di tale fenomeno, piuttosto che psicologica. Il ritiro può essere compreso, all’interno di una particolare cultura, come una forma di sofferenza adolescenziale. La VR ha permesso una relazione con gli altri e con il mondo, permettendo inoltre alla persona di lottare contro le conseguenze delle perdite e favorendo lo sviluppo della propria identità attraverso la ripresa del naturale processo adolescenziale.
Realtà virtuale: evidenze scientifiche e vantaggi
Una delle principali domande che i professionisti si sono posti è se l’utilizzo della VR garantisse l’efficacia del trattamento. Tale quesito ha portato a un notevole impegno nella ricerca empirica, che, come abbiamo visto, ha fornito un’ampia quantità di dati relativi all’efficacia di tali interventi. Inoltre, molti ricercatori attraverso review e metanalisi hanno confrontato tra di loro centinaia di studi nel corso degli ultimi decenni al fine di valutare l’efficacia della VR da un punto di vista globale. In generale, i risultati non evidenziano differenze significative tra le due tipologie di terapie. Di conseguenza, gli interventi basati sulla VR appaiono efficaci tanto quanto quelli in vivo, portando con sé una serie di vantaggi. Innanzitutto, l’esposizione può essere effettuata all’interno dello studio del professionista, un luogo sicuro dove il terapeuta ha un controllo elevato rispetto all’ambiente reale, in cui il controllo è marginale. Si ha la possibilità di operare una graduale esposizione all’oggetto fobico e di gestire l’intensità del trattamento. Ancora, alcuni pazienti sono troppo nervosi per sottoporsi all’esposizione nella vita reale, la VR può andare incontro a questa tipologia di pazienti che, diversamente, tendono ad abbandonare il trattamento. Inoltre, tale esposizione può essere ripetuta tutte le volte che viene ritenuto necessario e può essere personalizzata in base alle necessità del paziente. Un altro vantaggio è legato, per esempio, al trattamento del PTSD, in quanto la VR permette di rivivere esperienze impossibili da riprodurre nella realtà, come attacchi terroristici o luoghi ormai distrutti (Emmelkamp, 2005).
La VR offre nuove opportunità per lo sviluppo di strumenti innovativi di ricerca clinica, valutazione e intervento. Poiché la letteratura scientifica continua ad evidenziarne l’efficacia clinica, le applicazioni della VR sono sempre più considerate opzioni innovative per il targeting dei disturbi cognitivi, psicologici, motori e funzionali che risultano da varie condizioni cliniche di salute. I vantaggi legati all’utilizzo della VR sono ormai concreti. Con il passare del tempo tali tecnologie sono diventate sempre più accessibili e diffuse, facendo fronte ai principali limiti legati al loro impiego. In tal modo si potrà assistere ad una loro maggiore diffusione non solo nei contesti clinici, ma anche in quelli organizzativi. Inoltre, sebbene la letteratura sia ricca di studi che vedono la VR protagonista nelle terapie CBT, già da qualche tempo comincia ad affermarsi sempre più la presenza di questa tecnologia anche in altri approcci psicoterapeutici, come quello psicodinamico e umanistico. Si tratta di uno strumento innovativo ed efficace il cui studio va approfondito al fine di sfruttarne le potenzialità e limitare le criticità (De Carlo et al., 2020).
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