di Olga Bussinello
Le condizioni sono chiare: due anni di tempo per uniformare gli standard di 4 diverse certificazioni, trovare indicatori comuni riconosciuti o riconoscibili a livello internazionale, fissare criteri di monitoraggio attendibili e decidere cosa mettere in etichetta.
Dopo due anni di riunioni istituzionali e tavoli tecnici, è stato finalmente concertato il “sodalizio” fra il sistema di sostenibilità delle produzioni agricole elaborato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (SQNPI), e quello sulle performance della filiera agroalimentare a favore dell’ambiente (VIVA) a cura del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. Nel progetto di armonizzazione sono stati inclusi in corsa anche i due sistemi privati accreditati dal MIPAAF, Equalitas e Tergeo. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Ministeriale del 23 giugno 2021, che dà attuazione all’art. 224 ter della Legge 17 luglio 2020, n. 77, pubblicata nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 180 del 18 luglio 2020, lo standard unico di certificazione della sostenibilità della filiera vitivinicola è pronto sulla rampa di lancio. Per fare questo, è stato istituito un apposito Comitato della Sostenibilità Vitivinicola (COSVI) a cui saranno attribuiti vari compiti. Innanzitutto, definire il disciplinare della sostenibilità vitivinicola, tenerlo aggiornato e implementarlo con un sistema di monitoraggio che determini i criteri per l’individuazione del campione delle aziende a carico delle quali condurre l’indagine. In secondo luogo, farsi carico delle valutazioni della sostenibilità della filiera vitivinicola dando il necessario supporto al Mipaaf nella fase di confronto e consultazione del partenariato economico e sociale. Non è previsto un compenso per i suoi componenti ma solo un rimborso spese. L’obbiettivo è chiaro: da un lato riunire sotto un unico “ombrello” istituzionale sistemi pubblici e standard privati volti a garantire una qualità del prodotto finale significativamente superiore alle norme commerciali correnti, dando vita ad un unico processo di certificazione a vantaggio degli stakeholders; dall’altro, dare una prima importante risposta alle aspettative europee ed internazionali in merito agli obiettivi da raggiungere entro il 2030, con uno standard unico sulla sostenibilità degli alimenti, rendendo, al contempo, l’Europa il primo continente a impatto climatico zero verso uno sviluppo sostenibile.
Sviluppo sostenibile e sostenibilità vitivinicola
Il concetto di sviluppo sostenibile ha radici lontane, ancorché l’inizio di un suo utilizzo diffuso si collochi poco più di un decennio fa. La sua apparizione ufficiale risale al rapporto Brundtland del 1987 della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo, intitolato “Il nostro futuro comune”, che lo definì come “uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri”. Un concetto strumentale a conciliare lo sviluppo economico e la salvaguardia degli equilibri sociali e ambientali. Qualche decennio dopo, nel 2001, l’Unione Europea ha adottato una strategia a favore dello sviluppo sostenibile. Questa è stata poi rimaneggiata nel 2006, inserendo un concetto di circolarità della sostenibilità per cui la crescita economica, la coesione sociale e la protezione ambientale vadano di pari passo e siano di reciproco sostegno. La longevità del processo era la ragione di questa necessaria collaborazione fra sviluppo, economia e ambiente. Successivamente, nel 2009, un’ulteriore revisione della strategia da parte della Commissione Europea ha evidenziato la persistenza di alcune tendenze non praticabili e la necessità di un maggiore impegno nei loro confronti. Malgrado i progressi compiuti dall’UE, impegnata nell’integrazione dello sviluppo sostenibile in molte delle sue politiche economiche, i passi in avanti in materia di cambiamenti climatici e di promozione di un’economia a basse emissioni di carbonio non hanno dato i frutti sperati. Ora lo sviluppo sostenibile è diventato, formalmente, uno degli obiettivi a lungo termine dell’Unione Europea in virtù dell’articolo 3, paragrafo 3, del trattato sull’UE. La prima definizione di vitivinicoltura sostenibile risale al 2004, a cura dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV), quale “approccio globale su scala dei sistemi di produzione e di trasformazione delle uve, associando contemporaneamente la perennità economica delle strutture e dei territori, l’ottenimento di prodotti di qualità, la presa in considerazione delle esigenze di una viticoltura di precisione, dei rischi legati all’ambiente, alla sicurezza dei prodotti e alla salute dei consumatori e la valorizzazione degli aspetti patrimoniali, storici, culturali, ecologici e paesaggistici.” Premessa di ciò, è la consapevolezza di rispettare l’esistenza di diversi approcci e regolamentazioni nazionali relativi alla produzione ragionata, integrata e sostenibile, che richiedono duttilità e tempi diversi di applicazione delle linee guida, messe a punto successivamente da gruppi di esperti in seno all’organizzazione stessa. Lo scopo di questo lavoro consisteva nell’adattare, a seconda delle necessità ed in funzione degli aspetti sociali, regolamentari, economici, culturali e delle condizioni naturali pedo-climatiche di ogni paese e delle sue regioni, il programma relativo allo sviluppo della vitivinicoltura sostenibile. (vedi tab. 1)
| SVILUPPO DELLA VITIVINICOLTURA SOSTENIBILE CST 1/2004 OIV | |
| OBIETTIVI | · produrre uve e vini che rispondano alla domanda del consumatore; · proteggere la salute e assicurare la sicurezza dei consumatori; · proteggere la salute e la sicurezza del produttore e del personale coinvolti nella produzione; · privilegiare i processi di regolazione naturale; · limitare gli impatti ambientali della viticoltura e dei processi di trasformazione; · privilegiare una vitivinicoltura sostenibile dal punto di vista ambientale, ecologico ed economico; · mantenere la biodiversità degli ecosistemi viticoli e associati; · limitare l’uso degli input e dell’energia; · gestire i rifiuti e i reflui; · preservare e valorizzare i paesaggi viticoli. |
| REALIZZAZIONE | · privilegiare un processo associato a una rete regionale o nazionale; · realizzare un bilancio a livello dei sistemi di produzione globale; · sviluppare criteri di valutazione che permettano di misurare la progressione del processo; · adattare il processo alle specificità locali e territoriali; · valutare gli itinerari tecnici sulla base dei vincoli economico-qualitativi, della sicurezza del consumatore e degli aspetti ambientali; · sviluppare pratiche legate alle tecniche di precisione; · stabilire un piano di miglioramento a partire da un bilancio iniziale e da un piano progressivo regolare sulla base di indicatori ambientali adeguati; tali criteri saranno suscettibili di essere utilizzati dai produttori nella comunicazione con i consumatori; · integrare lo sviluppo durevole con la formazione dei responsabili, del personale nelle politiche di organizzazione interna. |
“Green Deal Europeo” e strategia “ Dal produttore al consumatore”
Raggiungere un continente neutrale entro il 2050 è l’obiettivo primario dell’accordo verde europeo, che lo obbliga al conseguimento di zero emissioni nette di gas serra entro tale data. Inoltre, la comunicazione della Commissione Europea n. 381 del 20 maggio 2020, prende atto della revisione degli attuali obiettivi climatici dell’UE per la tappa intermedia del 2030, passando dalla soglia minima di riduzione delle emissioni di gas serra del 40%, alla fissazione di una più elevata, compresa tra il 50 e il 55%. Con la comunicazione n. 400 del 12 maggio 2021, la Commissione Europea ha fissato puntualmente tali obbiettivi in materia di inquinamento. (tab. 2)
| Piano d’azione per l’inquinamento zero — Obiettivi entro il 2030 |
| · Aria: ridurre di oltre il 55% i decessi prematuri causati dall’inquinamento atmosferico; · Acqua: ridurre i rifiuti, la plastica in mare del 50% e le microplastiche rilasciate nell’ambiente del 30%; · Suolo: ridurre del 50% le perdite di nutrienti e l’uso di pesticidi chimici; · Biodiversità: ridurre del 25% gli ecosistemi dell’UE in cui l’inquinamento atmosferico minaccia la biodiversità; · Rumore: ridurre del 30% la percentuale di persone che soffrono di disturbi cronici dovuti al rumore dei trasporti; · Rifiuti: ridurre significativamente la produzione totale di rifiuti e del 50% i rifiuti urbani residui. |
Il conseguimento di questi primi risultati non potrà prescindere da un costante monitoraggio dell’adeguatezza delle misure previste dalla normativa vigente in materia di clima, tra cui la direttiva sullo scambio di quote di emissione e il regolamento sulla condivisione degli sforzi. Oltre a ciò, il regolamento ed i cambiamenti sull’uso del suolo e le modifiche alla silvicoltura; la direttiva sull’efficienza energetica e la direttiva sulle energie rinnovabili e sugli standard di prestazione in materia di emissioni di CO2 per le automobili e i furgoni. Nuove proposte dovranno, invece, riguardare la tassazione dell’energia, la creazione di un meccanismo per riorganizzare alcuni settori della legislazione UE sulla protezione del clima e per adottare una strategia di adattamento al suo cambiamento.
All’interno di questo sistema, una parte importante è rappresentata dalla strategia “From Farm to Fork”, che mira a disciplinare tutte le fasi della catena alimentare, dalla produzione e trasformazione alla commercializzazione, al consumo e al commercio internazionale, nell’ottica di combattere il cambiamento climatico, proteggere l’ambiente e preservare la biodiversità. Partita nella primavera del 2020, essa è volta a creare un sistema agricolo più verde e più sano che includerà piani per ridurre significativamente l’uso e i rischi di pesticidi chimici, fertilizzanti e antibiotici. Contribuirà anche alla realizzazione di un’economia circolare, riducendo l’impatto ambientale nei settori della trasformazione alimentare e di vendita al dettaglio, intervenendo sul trasporto, lo stoccaggio, l’imballaggio e i rifiuti alimentari. Un capitolo importante è dedicato alla lotta contro le frodi alimentari e all’avvio di un processo d’identificazione di nuovi prodotti innovativi per alimenti e mangimi. Il fulcro è stimolare il consumo di alimenti sostenibili e promuovere alimenti sani e a prezzi accessibili per tutti, rafforzando i controlli sugli alimenti importati che non sono conformi alle norme ambientali dell’UE e proponendo azioni per aiutare i consumatori a scegliere diete sane, sostenibili, riducendo gli sprechi alimentari. Per agevolare la valorizzazione degli sforzi che verranno chiesti ai produttori e trasformatori dei prodotti agroalimentari europei, la Commissione individuerà nuovi percorsi per informare meglio i consumatori, anche con mezzi digitali, sull’origine dei prodotti alimentari, sul loro valore nutrizionale e sulla loro impronta ambientale.
Gli standard italiani di sostenibilità
Nel corso degli anni, complice la ricerca dei mercati internazionali di prodotti, frutto di pratiche virtuose a tutela dell’ambiente e della vita, sono maturate varie esperienze, soprattutto legate alle produzioni agricole, orientate a mitigare l’uso eccessivo di fitosanitari e antiparassitari per proteggere il raccolto. Fra le Certificazioni di Sostenibilità volontarie esistenti, Il Ministero della politiche agricole e forestali con il proprio decreto del giugno scorso, ne sceglie quattro: il sistema di produzione Integrata (SQNPI), la Valutazione dell’Impatto della Vitivinicoltura sull’Ambiente (VIVA), lo Standard Equalitas e quello denominato Tergeo, entrambi quest’ultimi privati, ma accreditati dal Ministero della Politiche Agricole e Forestali.
SQNPI
Istituito nel 2011, con la Legge del 3 febbraio n. 4, art. 2 comma 3, il Sistema, voluto dal Ministero delle politiche agricole e forestali, è finalizzato a garantire una qualità del prodotto finale significativamente superiore alle norme commerciali correnti, imponendo alle aziende che esercitano le attività agricole e zootecniche la conformità alle norme tecniche di produzione integrata. La verifica del rispetto delle stesse è effettuata sulla base di uno specifico piano di controllo da organismi terzi accreditati secondo le norme vigenti. Il disciplinare di produzione integrata è predisposto ed aggiornato annualmente con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano. Esso prescrive l’utilizzo di tutti i mezzi produttivi e di difesa delle produzioni agricole dalle avversità, con attenzione al minimo uso delle sostanze chimiche di sintesi, razionalizzando la fertilizzazione, nel rispetto dei principi ecologici, economici e tossicologici. L’adesione è volontaria ed è aperta a tutti gli operatori che si impegnino ad applicare la disciplina di produzione integrata e si sottopongano ai relativi controlli, a cura di un Organismo di controllo autorizzato dallo stesso Ministero. L’iscrizione avviene mediante registrazione del fascicolo aziendale al SIAN nell’apposita sezione a cura di un operatore abilitato. È previsto un marchio distintivo, che può essere apposto sulle confezioni dei prodotti agricoli e su quelli trasformati, previo parere positivo dell’Organismo di controllo comunicato al Ministero che rilascerà l’autorizzazione all’utilizzo del marchio.
VIVA
V.I.V.A. – Sustainable Wine, progetto pilota avviato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare nel 2011, nasce con l’esigenza di misurare le performance di sostenibilità della filiera vite-vino, a partire dal calcolo delle impronte dell’acqua e del carbonio. Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con alcune grandi aziende italiane e partner scientifici quali: Agroinnova, Centro di Competenza dell’Università di Torino, Centro di Ricerca Opera per la sostenibilità in agricoltura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Centro di Ricerca sulle Biomasse dell’Università degli Studi di Perugia.
L’adesione al progetto è libera, e può essere chiesta da tutte le realtà vitivinicole italiane, sia quelle che svolgono produzione agricola, sia quelle che non hanno una produzione diretta delle uve (cantine sociali o grandi produttori). Il percorso di certificazione prevede che l’azienda scelga un Organismo di controllo
e comunichi in modo ufficiale al Ministero dell’Ambiente l’adesione al progetto attraverso la stipula di un accordo volontario. Quest’ultimo, della durata annuale, impegnerà l’azienda ad integrare quanto previsto dai disciplinari di produzione. Nell’ambito del progetto sono stati sviluppati 4 indicatori (ARIA, ACQUA, VIGNETO, TERRITORIO) in grado di misurare le performance ambientali e valutare la realtà socio-economica dell’azienda produttrice di vino, grazie a specifici software di calcolo della sostenibilità, caratterizzati da una procedura guidata di immissione dati. L’azienda può vedere immediatamente i propri risultati, ottenendo una precisa quantificazione dell’impatto ambientale e monitorando le varie fasi di produzione. L’obiettivo del processo è di offrire all’azienda adeguate strategie di riduzione dell’emissione di gas serra. L’Organismo di controllo verifica il percorso dell’azienda e i risultati ottenuti e, in caso di esito positivo, lo invia al Ministero, il quale rilascerà l’autorizzazione all’utilizzo del marchio V.I.V.A.
EQUALITAS
Lo standard privato Equalitas tiene conto della complessità della filiera vitivinicola, consentendo di certificare sia l’impresa sostenibile, attraverso l’adozione di un sistema di gestione della sostenibilità conforme al modulo Organizzazioni Sostenibili (OS), sia i prodotti (Uva, Mosto, Vino), attraverso un sistema di gestione che permetta di assicurarne la conformità a tutti i requisiti previsti dal modulo Prodotto Sostenibile (PS) lungo tutta la filiera, partendo dalla fase agricola, sino ai territori e alle imprese di trasformazione e fornitrici di servizi. Allo standard possono quindi accedere le imprese in forma singola, organizzate in filiera o organizzate in gruppi di produttori, con lo scopo di ottenere una certificazione “corporate”, dove tutte le aziende potranno utilizzare il marchio Equalitas ovvero la sola certificazione di prodotto sostenibile (sempre con il logo Equalitas). Lo standard, pertanto, prevede requisiti oggettivi e verificabili per ciascuno dei tre pilastri della sostenibilità (ambientale, economico e sociale) attraverso la definizione di buone pratiche e di indicatori. Requisiti ed indicatori provengono da una sintesi di importanti best practice italiane ed estere. Esse sono definite per ciascuna tipologia di operatore della filiera e per ciascun pilastro, coprendo, così, tutte le fasi di produzione dalle lavorazioni agricole, fino al condizionamento in cantina.
Gli indicatori ambientali di Impronta Idrica, Impronta Carbonica e Biodiversità, a loro volta, sono il risultato di tutte le buone pratiche ambientali applicate dalle imprese che aderiscono a questo standard. Essi sono concepiti per permettere alle aziende di monitorare al proprio interno il percorso in atto in tema di sostenibilità ambientale. È, inoltre, prevista la possibilità di certificare non solo il prodotto finito e confezionato, ma anche le materie prime e i prodotti intermedi grazie al principio del mutuo riconoscimento dei certificati di sostenibilità di prodotto con il trasferimento di merce da un soggetto a quello successivo accompagnata dalla “dichiarazione di sostenibilità”. In questo caso, l’operatore che riceve il prodotto certificato ha la possibilità di continuare la certificazione senza ripetere i controlli sulla filiera a monte. Completa il quadro, la pubblicazione di un bilancio di sostenibilità a cura delle stesse imprese. Anche per Equalitas le verifiche sono a cura di un Organismo di Controllo autorizzato.
TERGEO
Il progetto nato nel 2011, con l’obiettivo di migliorare la sostenibilità dell’impresa vitivinicola, attraverso la qualificazione e divulgazione di soluzioni tecnologiche e gestionali innovative, ha elaborato delle linee guida che dovevano consentire alle aziende di procedere all’autovalutazione in vigneto ed in cantina dell’impatto ambientale della propria attività, procedendo ad un graduale miglioramento delle proprie performance. Punto di forza l’impronta carbonica della vigna e della cantina. Attualmente, con l’avvento delle altre Certificazioni, lo standard è rimasto privo di adeguati aggiornamenti, essendo di fatto stato superato, sotto il profilo scientifico, da VIVA e da SQNPI.
La normativa Nazionale e le sue novità
Con la legge 17 luglio 2020, n. 77, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 180 del 18 luglio 2020, che converte in legge, con modificazioni, il decreto legge 19 maggio 2020, n. 34, recante misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19, si apre un nuovo capitolo del processo di costituzione di uno standard di Sostenibilità Nazionale. Vengono introdotti due commi all’art. 224: il comma 224-bis e il comma 224-ter, che riguardano, rispettivamente, il Sistema di qualità nazionale per il benessere animale e la Sostenibilità delle produzioni agricole. Entrambi i processi produttivi dovranno, infatti, migliorare le proprie performance in termini di benessere e salute degli animali, di riduzione delle emissioni nell’ambiente, di riduzione dell’uso di mezzi tecnici per l’agricoltura, di attenzione alla convivenza sociale fra l’attività imprenditoriale agricola e i cittadini fruitori degli spazi condivisi con essa. Punto di partenza è l’esperienza della filiera vitivinicola che, grazie alla partenza anzitempo, come recita l’ultimo capoverso dell’art. 224-ter, può essere estesa ad altre filiere agroalimentari per coniare nuove certificazioni della sostenibilità dei processi produttivi. Restano ora alcuni nodi da sciogliere, a cura del costituendo COSVI. Innanzitutto, l’armonizzazione degli standard esistenti, poco compatibili fra di loro non tanto e non solo per quanto riguarda gli indicatori scelti per l’autovalutazione delle performance e i criteri di monitoraggio per evidenziare i miglioramenti, quanto per la complessità di un processo che rischia di spaventare le piccole e micro aziende che rappresentano i due terzi del tessuto imprenditoriale italiano, già in lotta con la burocrazia delle attività ordinarie di produzione. Altro tema non chiaro negli standard esistenti, è la soddisfazione di adeguate misure di sostenibilità sociale che non possono e non devono confondersi con il rispetto di quanto già previsto dalla normativa vigente in materia di rapporti di lavoro e di tutela dei consumatori. Infine, un accenno al tema del marchio dello standard unico nazionale che sarà oggetto di una futura campagna di comunicazione solo abbozzato dalla legge e dal Decreto Ministeriale. La realizzazione di un nuovo logo dà spazio a due alternative: la prima, auspicabile, un marchio unico per tutti che sostituirà sulla bottiglia quelli preesistenti; la seconda, un ulteriore logo che andrà a sommarsi agli altri, creando legittima confusione nel consumatore.


