Imprese, lavoro autonomo e pubbliche amministrazioni: in perenne attesa di riforme

di Mario Bertolissi

1. Sempre all’ordine del giorno.

Non è necessario scomodare la statistica, accurata o meno che sia, per conoscere quale è la posizione dell’Italia, nell’ambito delle classifiche internazionali, per quanto riguarda il rapporto imprese, lavoro autonomo e pubbliche amministrazioni. I dati sono sconcertanti e preoccupanti. E non sono mai contraddetti da sintomi positivi stabili, salvo qualche rara eccezione. Per rimanere fermi a un solo esempio di qualche tempo fa, si è notato che “Nelle classifiche Doing Business 2010 (…) l’Italia è centocinquantaseiesima per quanto riguarda l’efficacia della giustizia; centotrentacinquesima in materia di fisco; novantanovesima per quanto riguarda il mercato del lavoro”1.
È una storia, davvero, lunga, se si pensa che in un passato, ormai remoto, c’era chi auspicava “Un’Italia più forte, più consapevole, più sincera e sopra tutto più semplice”; costretto, peraltro, ad ammettere che “l’Italia geme (…) sotto lo sproporzionato onere d’una enorme massa burocratica”2. Poi, dopo la parentesi liberticida del ventennio fascista, è arrivata la Repubblica, con la sua Costituzione, il cui art. 97, 1° comma – nel testo originario, non alterato dalla riforma del 2012 – stabilisce che “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”3. Ma non è riuscita, fino ad ora, a dire molto di più di questo: che il burocratese è il “linguaggio della pubblica amministrazione”4.
Il linguaggio. Il legislatore non lo cura da tempo immemorabile. È caotico, involuto, disordinato. Tutto questo, rappresenta il frutto avvelenato di una prassi, che ha determinato esiti sconfortanti: “Si è così passati dalla legislazione parlamentare al controllo parlamentare sulla legislazione governativa (…): l’attività legislativa è ormai quasi totalmente assorbita da decreti-legge sempre più omnibus”5. Del resto, uno tra i più autorevoli costituzionalisti della seconda metà del secolo scorso ha rilevato che “sia nel senso quantitativo che nel senso qualitativo, la decretazione legislativa d’urgenza rappresenta ormai – per eccellenza – il punto saliente del distacco riscontrabile fra la realtà delle fonti normative e il modello immaginato o presupposto dai costituenti”6. Ed ha soggiunto – vale, in particolare, per il nostro tempo – che “la decretazione legislativa d’urgenza rappresenta un fattore di profonda incertezza del diritto”7.
L’incertezza è il peggiore dei mali. È più dannosa della complessità inutile, che si può ridurre, quanto alla sua indole malefica, attraverso il collaudo dell’esperienza. Il fatto è che non è un rimedio al male neppure la legislazione delegata, perché è causa di intrighi, che non si riesce a risolvere, anche a motivo della indeterminatezza, equivocità e contraddittorietà dei principi, che la politica non dà e la burocrazia concepisce a modo suo, battendo non le vie del miglioramento, ma del già noto e trasandato8.

2. Il linguaggio.

Se ci si prefigge l’obiettivo – che, per la verità, ci è imposto dall’Unione europea – di realizzare qualche riforma, tra quelle denominate strutturali9, il problema di come ci si esprime – del come si scrivono i testi, da cui dipende la loro leggibilità e, in definitiva, la loro normatività, effettiva e non eventuale – diviene essenziale. È una precondizione: un presupposto, da cui dipende il successo o l’insuccesso di ciò che si auspica e ci si propone di fare. Alle spalle abbiamo semplici congetture e infiniti fallimenti, come si è potuto constatare anche al tempo della pandemia, quando l’esigenza di chiarezza era massima10. Per cui, a complicazione è seguita complicazione, a incertezza incertezza, cornice di riforme impossibili.
Impossibili, finché, appunto, non ci si chiarisce le idee a proposito di ciò che rappresenta l’uso della lingua e un ben determinato linguaggio. Porre regole chiare – il cui mancato rispetto può comportare, a carico di cittadini ed imprese, anche l’irrogazione di sanzioni amministrative e penali – corrisponde a un imperativo categorico. È il riflesso di un’esigenza morale, dal momento che, chi comanda, deve essere preciso nell’indicare ciò che pretende. Altrimenti, a che titolo sanziona? Eppure, non accade mai – ottimisticamente: quasi mai – che sia così, perché l’autore delle norme si disinteressa dei suoi destinatari.
Purtroppo, legislatore e pubbliche amministrazioni ignorano che “Il linguaggio non vive solo di parole. In quanto vive di parole, vive anche della preliminare selezione delle cose che con esse si vogliono dire, della scelta dei destinatari che possano intenderle, dei rapporti che chi le usa voglia stabilire con questi e voglia che questi stabiliscano con le cose che si dicono e con chi le dice”11. È ciò che chiunque, impegnato nel lavoro, a qualsiasi titolo, oppure in cerca di lavoro, si attende. Come si attende che qualcosa cambi in meglio: che si riformi quel che non va.
Questa non è una divagazione, se si parla di riforme. Infatti, “Un fenomeno del genere produce una progressiva separazione fra le parole e la realtà: una scissione drammatica nella politica come nel diritto, che dovrebbero fondarsi su linguaggi densi di realtà, fatti di cose”12. Fuori dalla realtà e a prescindere dalle cose, c’è il vuoto a perdere. Non c’è spazio neppure per i concetti, senza i quali viene meno qualsiasi possibilità di orientamento. Se ci si colloca in questa prospettiva, si evita di cadere in pericolosi equivoci: ad esempio, di credere che sia risolutivo il piano delle competenze formali. È quel che sta accadendo proprio ora, quando imperversa Covid-19. Ci si lamenta di quel che succede nel campo della sanità e si punta il dito contro le Regioni, che andrebbero – come si dice – in ordine sparso. Il rimedio starebbe nel riaccentramento delle funzioni13.
Tuttavia, è il caso di dire: magari! Fosse questo il rimedio, la soluzione – pure del problema irrisolto delle riforme – sarebbe a portata di mano. Invece, chi oggi propone un potenziamento del ruolo dello Stato dimentica di averlo considerato “introvabile”14. E dimentica, altresì, l’inadeguatezza dimostrata nei mesi di febbraio e marzo 2020, in particolare, che hanno sorpreso tutti, certamente; ma più del consentito, visto che il piano pandemico del 2006 non era stato aggiornato. Questo era compito dello Stato15.
Purtroppo, il nostro è il Paese dei proclami, dei bizantinismi, delle circonlocuzioni. Non ha mai creduto di dover prendere sul serio Galileo Galilei, quando notava che “I nomi e gli attributi si devono accomodare all’essenza delle cose, e non l’essenza a i nomi; perché prima furon le cose, e poi i nomi”16.
Le leggi e gli atti della pubblica amministrazione debbono adeguarsi alle esigenze oggettive di persone, famiglie e imprese; non queste alle logiche, talvolta demenziali, dei titolari di potestà e funzioni pubbliche.

3. Primi enunciati del Governo Draghi.

Siamo obbligati a guardare avanti, perché le conseguenze, di carattere economico e sociale, provocate dalla pandemia sono enormi. Certo, il debito può fare meno paura, in questi frangenti, che in altri tempi. Anzi, il debito buono – quello che favorisce gli investimenti, crea occupazione e capacità contributiva – è più che raccomandabile. Del resto, queste sono le misure tipiche – per non dire, naturali – dei periodi di grave crisi, comparabile, a grandi linee, con quella del 192917. È con questa consapevolezza che ha parlato al Senato il 17 febbraio 2021 il Presidente del Consiglio dei ministri, presentatosi per ottenere la fiducia18.
Mario Draghi ha guardato in faccia la realtà: l’ha misurata, soppesata, analizzata e ne ha tratto le conclusioni. È un promemoria sul da farsi. Privo di retorica; denso di considerazioni profonde; non privo di suggestioni che emozionano; sempre sobrio.
C’è una cornice, senza la quale non si può dipingere un quadro, perché sono preliminari e pregiudiziali le misure. La cornice limita – nel senso che pone limiti – e circoscrive l’azione da compiere. La quale deve essere consapevole del fatto che “La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze”19. Troppo spesso, se ne prescinde e si lascia ai margini dell’ipotizzato cambiamento proprio ciò che lo determina in radice: sono le motivazioni ideali e un alto senso della politica20. Infatti, “Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo”21.
Chiarito il punto di partenza, secondo il quale il potere non è fine a sé stesso, ma funzione, il resto viene da sé. Non a caso, il primo pensiero va alle nuove generazioni e alle donne, vale a dire a coloro che hanno patito più di tutti gli effetti di Covid-19. Quindi, a quanti hanno generosamente dato competenze, tempo, energie umane e materiali. Inoltre, a quanti hanno subito il tracollo delle loro attività economiche: “La diffusione del Covid ha provocato ferite profonde nelle nostre comunità, non solo sul piano sanitario ed economico, ma anche su quello culturale ed educativo”22.
Quali le priorità? Vaccinazioni, scuola, ambiente, turismo, lavoro e relative politiche attive, Mezzogiorno (a proposito del quale, precisa che “occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite”: che è questione di una difficoltà estrema e dagli esiti per nulla certi)23. Quindi, infrastrutture, secondo “gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel Programma nazionale di Ripresa e Resilienza”. Quanto al Next Generation EU, “La strategia per i progetti (…) non può che essere trasversale e sinergica, basata sul principio dei co-benefici, cioè con la capacità di impattare simultaneamente più settori, in maniera coordinata”24.

4. Riforme strutturali.

Da lungo tempo, l’Unione europea chiede all’Italia riforme strutturali. Non sono quelle costituzionali, che lasciano il tempo che trovano25. Sono le riforme destinate ad evitare enormi sperperi di pubblico denaro e a consentire un efficiente impiego delle risorse disponibili, acquisite essenzialmente attraverso la leva fiscale. Quindi, riforma fiscale, appunto; riforma della pubblica amministrazione; riforma, in primo luogo, della giustizia civile. Che dire, al riguardo, visto che sono temi sempre all’ordine del giorno, irrisolti?
Se si tengono i piedi per terra e si ha memoria di quanto finora accaduto, non si fatica molto a delineare alcune osservazioni, che aiutano a capire quel che ci sta di fronte e ad avviare iniziative, destinate a concludersi, nel tempo, con qualche risultato positivo.

  1. Ogni ambito materiale – ogni settore delle istituzioni – possiede caratteri propri, che si debbono conoscere. Non tutto è essenziale. Come per una costruzione, vi sono i muri maestri e quelli che separano ambiente da ambiente. Il vezzo è di non distinguere il principio dal più insignificante dettaglio. Tutto questo è figlio di incompetenza, confusione di idee, incapacità di formulare un indirizzo politico degno di questo nome. La politica latita, i tecnici si elidono reciprocamente in nome della vanità26, la burocrazia (che si fa politica) imperversa27.
  2. Le riforme – da distinguere in grandi e piccole – non possono prescindere dal loro tempo. Il tempo migliore è quello delle non-urgenze. Riformare a spron battuto è addirittura inconcepibile, se non altro perché non si è in grado di percepire e conoscere quali sono le implicazioni reciproche, tra le varie parti modificate, che debbono essere coerenti, e quali gli effetti. Tant’è vero, che, se meditate e ben calibrate, necessitano, comunque, di un tempo, neppure breve, per il collaudo: che è il collaudo offerto dall’esperienza. Così, se si pensa alla riforma fiscale, che il tempo attuale sia il meno adatto per essa è provato da una banale circostanza: la crisi economica, generata da Covid-19, ha causato una drastica contrazione del Pil e, con essa, rilevanti carenze di gettito. Riordinare le aliquote, soltanto, equivale a una messa in conto di perdite ulteriori, che vanno a incrementare il già stratosferico debito pubblico. Per non dire, in questo contesto, che la caccia agli evasori si ridurrà, di massima, a una ulteriore persecuzione dei tartassati: dei già noti al fisco, come confermano studi remoti, a noi più vicini e contemporanei, che offrono, del Paese, un’immagine davvero triste28.
  3. Questa – del fisco – deve essere considerata la riforma delle riforme: per definizione, strutturale e strategica29. E mi spiego.
    Chi paga, lo fa per sé e per gli altri. Per coloro che non dispongono di nulla e per quanti evadono, non per necessità30, ma per una vocazione perversa. Prestazioni e servizi – secondo la logica dei “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, ai sensi dell’art. 117, 2° comma, Cost. – sono erogati a tutti; e coloro che dichiarano di più, superando la soglia di esenzione, dovranno concorrere, ancora una volta, con contributi ulteriori, ticket ed altro del genere. Dunque, iniquità su iniquità, a conferma del fatto che la Repubblica non è fondata – in concreto – sui principi di solidarietà ed eguaglianza, ma sul loro contrario. Questi sono i fatti.
    Le imprese, che operano nel rispetto della legge, al pari di ogni altro lavoratore autonomo onesto, subiscono un prelievo comparativamente ingiusto ed il peso ulteriore di una concorrenza trasversale opaca, generata da chi si sottrae al dovere posto dall’art. 53 Cost. Sono esiti che investono un agire indegno di una persona civile. Tuttavia, non si può credere che tutto questo – ancorché non giustifichi l’evasore – non abbia sue specifiche ragioni. Rappresenta, infatti, la conseguenza di ben determinati usi e costumi. E di modi di pensare, che vanno sradicati, ma dei quali è responsabile, in primo luogo, lo Stato.
  4. La cultura è linfa vitale per la politica31. La quale dovrebbe sapere che “In Italia il contribuente non ha mai sentito la sua dignità di partecipe della vita statale (…) il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L’imposta gli è imposta”32. Dimodoché, anche la più minuta delle riforme parziali – si pensi, ad esempio, a quella della fiscalità locale, priva di qualunque stabilità e immune da strategie: ogni giorno è un altro giorno, ogni anno è un altro anno – dovrebbe ispirarsi quantomeno a un pensiero meditato e lungimirante, che sia paragonabile con quello reso esplicito da Ezio Vanoni, con queste elevate e, al tempo stesso, elementari parole: “l’imposta deve essere sopportabile, non deve scoraggiare la produzione del reddito e non deve diventare causa tecnica dell’evasione; il sistema tributario deve fondarsi un rapporto di fiducia e di collaborazione fra amministrazione e contribuente. Non è possibile risolvere il problema dell’evasione solo con pene severe. Il segreto (…) sta ‘nel creare attraverso la persuasione politica e morale un clima nel quale si senta che, difendendo la razionale o uguale applicazione dei tributi, si difende non una legge formale dello Stato, ma l’essenza stessa della vita dello Stato’”33.
  5. In poche righe, le linee basilari di una riforma fiscale coerente con lo Statuto dei diritti del contribuente. Porterebbe dietro di sé, quale naturale conseguenza, la riforma della pubblica amministrazione e del processo civile. Infatti, al fondo di tutto sta il linguaggio chiaro, lineare, trasparente: il solo non contaminato da riserve mentali e retropensieri. Valgono la precisione e la vincolatività dell’indirizzo politico. In controluce si intravvedono le finalità perseguite, le quali – allora come ora, in un mondo non globalizzato oppure globalizzato – sarebbe opportuno non ignorassero un insegnamento permeato di saggezza, che è di Luigi Einaudi, il quale aveva buone ragioni per prendersela con “la mania riformatrice dei dottrinari che, andando in cerca della giustizia e non contenti della giustizia semplice grossa, che è la sola concretamente possibile, vogliono la giustizia perfetta, che è complicata e distrugge dieci per incassare uno”34.
  1. B. CAROTTI – E. CAVALIERI, La nuova semplificazione, Ipsoa, Milanofiori-Assago, 2009, IX. V., inoltre, L’accetta spuntata di Calderoli, in Il Sole 24 Ore, 20 novembre 2009, 16. ↩︎
  2. G. ABIGNENTE, La riforma dell’amministrazione pubblica in Italia (Questioni urgenti), Laterza, Bari, 1916, VIII e IX. ↩︎
  3. V., ora, l’art. 97, 2° comma, del testo novellato dalla legge costituzionale n. 1/2012. ↩︎
  4. AA.VV., Manuale di stile. Strumenti per semplificare il linguaggio delle amministrazioni pubbliche, a cura di A. Fioritto, Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento della funzione pubblica, il Mulino, Bologna, 1997, 81. ↩︎
  5. S. CURRERI, Il Parlamento nell’emergenza: resiliente o latitante?, in Quad. cost., n. 4/2020, 717. V., inoltre, per considerazioni attuali ineccepibili, E. CATELANI, I poteri del governo nell’emergenza: temporaneità o effetti stabili?, ivi, 727 ss., e A. MORELLI, I rapporti tra i livelli di governo alla prova dell’emergenza sanitaria, ivi, 747 ss. ↩︎
  6. L. PALADIN, Le fonti del diritto italiano, il Mulino, Bologna, 1996, 241. ↩︎
  7. L. PALADIN, Le fonti del diritto italiano, cit., 251. ↩︎
  8. R. BIN – G. PITRUZZELLA, Diritto costituzionale, Giappichelli, Torino, 2016, 385 ss. ↩︎
  9. Della pubblica amministrazione (meno burocrazia e semplificazione), del fisco e della giustizia. Ma che dire dell’istruzione, malandata, sottofinanziata, priva di una seria istruzione artigiana e professionale? V., ad es., E. GALLI della LOGGIA, L’aula vuota. Come l’Italia ha distrutto la sua scuola, Marsilio, Venezia, 2019, e AA.VV., Almanacco della scuola, MicroMega, n. 5/2019. ↩︎
  10. Un esempio per tutti: la demenziale – ed inutile – “autodichiarazione ai sensi degli artt. 46 e 47 D.P.R. n. 445/2000”, recante “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa”. ↩︎
  11. T. DE MAURO, Introduzione. Il linguaggio della Costituzione, in Costituzione della Repubblica Italiana (1947), Utet, Torino, 2006, X, il quale – illustre italianista – nota, altresì: “Parlare [e scrivere], insomma, è più che mettere insieme parole. È costruire e proporre (e, prima o poi, è capire) testi adeguati al contenuto che si vuole e si deve trasmettere a determinati interlocutori in vista di certe finalità”. ↩︎
  12. G. CAROFIGLIO, La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano, 2010, 135, nel riprendere illuminanti considerazioni di Italo Calvino. ↩︎
  13. Camera dei deputati, n. 2422, proposta di legge costituzionale degli onorevoli Ceccanti e altri, presentata il 4 marzo 2020. V., inoltre, S. CASSESE, Cambiare la rotta, in Corriere della Sera, 27 febbraio 2021, 1 e 38, a proposito di Corte cost., ord. 14 gennaio 2021, n. 4, commentata da R. DICKMANN, Il potere della Corte costituzionale di sospendere in via cautelare l’efficacia delle leggi, in federalismi.it, 10 febbraio 2021. ↩︎
  14. S. CASSESE, Lo Stato introvabile. Modernità e arretratezza delle istituzioni italiane, Donzelli, Roma, 1998; ID., L’Italia: una società senza Stato?, il Mulino, Bologna, 2011; ID., Governare gli italiani. Storia dello Stato, il Mulino, Bologna, 2014, 327 ss. ↩︎
  15. B. VESPA, Perché l’Italia amò Mussolini (e come è sopravvissuta alla dittatura del virus), Mondadori, Milano, 2020, 221 ss.; M. IMARISIO – S. RAVIZZA – F. SARZANINI, Come nasce un’epidemia. La strage di Bergamo, il focolaio più micidiale d’Europa, Rizzoli, Milano, 2020. ↩︎
  16. G. GALILEI, Lettera a Marco Velseri circa le macchie solari, Lastra, Villa delle Selve, 4 maggio 1616. ↩︎
  17. Inutile dire che per guardare lontano, con una qualche lucidità, sono indispensabili grandi letture: le uniche, che sollecitano riflessioni. V., ad es., A.M. SCHLESINGER Jr., L’età di Roosevelt. La crisi del vecchio ordine – 1919-1933 e L’avvento del New Deal – 1933-1934, voll. I e II, il Mulino, Bologna, 1963; ID., Crisi di fiducia. Idee, potere e violenza in America, Rizzoli, Milano, 1971. ↩︎
  18. Chi ha avuto occasione di leggere altri suoi interventi, non fatica molto a riconoscere il piglio del Governatore della Banca d’Italia e il relativo stile: v., ad es., Considerazioni finali 2008, nonché la recente raccolta Ripartire da Draghi, pubblicazione curata dal quotidiano Il Foglio, 2021. ↩︎
  19. Discorso al Senato della Repubblica, 17 febbraio 2021, 1. ↩︎
  20. Inutile dire che il pensiero va a M. WEBER, La politica come professione, con un saggio introduttivo, magistrale, di Massimo Cacciari, Mondadori, Milano, 2006, 49 ss. ↩︎
  21. Discorso al Senato della Repubblica, cit., 2. ↩︎
  22. Discorso al Senato della Repubblica, cit., 4. V. M. GABANELLI – G. MARVELLI, Un anno di pandemia: il conteggio dei danni, in Corriere della Sera, 1 marzo 2021, 25 (“Nel 2020 il reddito degli italiani è sceso di 29 miliardi e sono mancati 108 miliardi di consumi. Per le imprese il conto è di 400 miliardi in meno di fatturato. E aumentano i debiti”). ↩︎
  23. Discorso al Senato della Repubblica, cit., 5 ss., nell’ordine. ↩︎
  24. Discorso al Senato della Repubblica, cit., 9. Non una parola dai toni trionfalistici. Carsica una sensazione: consiste nell’aver chiari in mente quanti e quali sono gli ostacoli da superare, con gradualità, conquistando posizioni sicure. Perché – ho appreso da una allieva all’Università, ammaestrata dal nonno -, “Si fa presto quel che si fa bene”, che è destinato a durare nel tempo, non ad evaporare. In modo conforme, Corte. cost., sent. n. 245/1984, giudice relatore e redattore Livio Paladin. ↩︎
  25. V., in proposito, R. BIN – G. PITRUZZELLA, Diritto costituzionale, cit., 111 ss. ↩︎
  26. Una conferma dall’avvilente spettacolo offerto, quotidianamente, dai virologi, che si contraddicono a vicenda. ↩︎
  27. Edificante, al contrario, quel che racconta R. LA CAPRIA, La bellezza di Roma, Mondadori, Milano, 2014. Sintomo di una decadenza morale sconfinata la narrazione contenuta in Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto, Feltrinelli, Milano, 2020. ↩︎
  28. F. VECCHI, Gli scrocconi. Per ogni italiano che lavora, dieci vivono sulle sue spalle, Piemme, Milano, 2021. ↩︎
  29. Discorso al Senato della Repubblica, cit., 11. Forse, non a caso, è la prima ad essere considerata come indifferibile da Mario Draghi, il quale osserva – non è poco, visti i precedenti – che “il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli”. È una precisazione non da poco: una sorta di avviso ai naviganti. ↩︎
  30. Pure a costoro si deve guardare con senso di umanità e di solidarietà. ↩︎
  31. Quella attuale confonde Dante con Topolino. Siede in Parlamento ed è sottosegretario all’Istruzione la mente eletta, che si è confusa. E. LAURIA, Sasso: “Ho confuso Topolino con Dante. Ma rileggerò l’Inferno”, in la Repubblica, 26 febbraio 2021, 8. Non è un caso unico: v., infatti, C. VECCHIO, Giravolte e strafalcioni quei sottosegretari campioni di gaffe, ivi. Preferibile N. BOBBIO, Politica e cultura, Einaudi, Torino, 1974. ↩︎
  32. P. GOBETTI, La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Einaudi, Torino, 1974. Il saggio risale al 1924! ↩︎
  33. Così, Ezio Vanoni, ripreso e condiviso da E. DE MITA, La legalità tributaria, Giuffrè, Milano, 1993. Considerazioni non dissimili si possono leggere in N. MACHIAVELLI, Il Principe, Bur, Milano, 1996, 105-106. ↩︎
  34. L. EINAUDI, Miti e paradossi della giustizia tributaria, ora in Scritti economici, storici e civili, a cura di R. Romano, Mondadori, Milano, 1983, 5. Sono parole, al pari di quelle di Ezio Vanoni, di una precisione millimetrica. Bisognerebbe farne rigorosa applicazione proprio in sede di riforma fiscale, del processo civile (che reca una disciplina dettagliatissima anche per fattispecie inusuali, termini inutilmente differenziati, adempimenti ripetitivi, logorree gabellate per esigenze del contraddittorio e via dicendo) e della pubblica amministrazione (ad es., quanto al Codice dei contratti pubblici, modificato – riformato? – continuamente, sulla scorta di pulsioni, che non hanno nulla né di razionale, né di ragionevole, né di coerente con la realtà imprenditoriale: che esige, innanzi tutto, stabilità delle disposizioni nel tempo). ↩︎
NEWS

I PIÙ LETTI